Non è il cumenda, ma il picciotto il vero campione dell’evasione fiscale in Italia. Anche se per anni si è disegnato l’identikit del furbetto del fisco con l’imprenditore del Nord- Nord Est pronto a nascondere capitali in Svizzera o in qualche paradiso fiscale, il vero serbatoio dell’economia sottratta al fisco è il Sud Italia. Lo rivela la documentazione depositata da Banca d’Italia, Agenzia delle Entrate e Istat presso la commissione Lavoro del Senato che sta conducendo una indagine conoscitiva sul livello dei redditi di lavoro nonché sulla redistribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993-2008. I dati , e in particolare un lavoro dell’ufficio studi della Agenzia delle Entrate sulla evasione Irap sono stati analizzati in un documento pubblicato lunedì scorso integralmente dal professore Paolo Feltrin, titolare della cattedra di scienza dell’amministrazione all’Università di Trieste. Feltrin ha spiegato che l’evasione Irap è “una delle forme di evasione che si possono quantificare meglio. Sulle altre ci possono essere indizi più o meno indiretti, ma su questa siamo abbastanza certi”. E ha citato l’indagine dell’Agenzia delle Entrate per rivelare che “l’intensità della evasione Irap nelle regioni del Sud è da 3 a 5 volte superiore a quella delle regioni del Nord, raggiungendo il massimo del 94 per cento in Calabria (vuole dire che circa il 50% è evaso)”. Sempre secondo i dati della Agenzia delle Entrate, rivela Feltrin, “nel Sud e nelle isole l’evasione fiscale è medio-alta per il 70 per cento delle province contro il 24-26 per cento delle province del centro-nord. Secondo la stessa ricerca per il Sud si arriva ad oltre l’80 per cento di propensione all’evasione fiscale”.
I dati su chi fa fesso il fisco, secondo il professore triestino, rischiano di fare traballare la veridicità di altri dati ufficiali, soprattutto quelli su reddito medio e livelli di povertà che nel quadro macroeconomico si riflettono anche sulla consistenza del Pil italiano. Feltrin cita una indagine della Banca d’Italia “che segnala qualche problema sulle dichiarazioni delle regioni meridionali. Nel 2006 ad esempi ci sarebbe un 30 per cento di popolazione con reddito pro capite basso, ma se vado a vedere i consumi questo 30 per cento si dimezza e diventa 15 per cento. Se guardo ai redditi ho il 30 per cento delle famiglie povere, ma se guardo ai consumi questa percentuale si dimezza al 15 per cento. Anche qui la differenza fra redditi e consumi è una spia”. Il professore non lo dice, ma è evidente che è un altro indicatore del formidabile livello di evasione nel Mezzogiorno. Ma non si tratta della vecchia economia sommersa: “tutti i dati anzi dimostrano che l’evasione fiscale da lavoro nero, mancati contributi etc… è in radicale diminuzione: queste sono le stime Istat dagli anni ’90 in poi (…). In questi anni sembra essere aumentato un altro tipo di evasione/elusione fiscale, prevalentemente concentrata nei settori manifatturieri e collegata all’import-export”. E’ in questa massa di evasione fiscale che si spiega perché sia sopportabile nel Sud un altro dato ufficiale, quello sulla presenza del 61,8 per cento di famiglie povere: “perché”, sostiene Feltrin, “non ci sono movimenti di contestazione o tensioni sociali con dati così? Perché questi dati non sono veri”. Esiste secondo il professore triestino anche un altro dato non veridico: quello sul Pil: “Con ogni probabilità stiamo sottostimando il Pil nazionale perché non teniamo in adeguato conto non tanto l’evasione classica, tradizionale, quella che abbiamo avuto per 50 anni, ma quella che può essere esplosa negli anni ’90 e negli anni 2000, legata a transazioni estere, spesso legali”. Lo sa l’Istat, lo sa la Banca di Italia “e perché non si corregge la sottostima del Pil? Io credo che qualsiasi aggiustamento del Pil renderebbe meno cogente qualunque politica di contenimento del debito pubblico. Quindi, tutto sommato, conviene a tutti per un po’ dire che il Pil è così come è e non fare troppe discussioni”.
Dove stanno gli evasori? Sorpresa: tutti in Calabria e al Sud
Non è il cumenda, ma il picciotto il vero campione dell’evasione fiscale in Italia. Anche se per anni si è disegnato l’identikit del furbetto del fisco con l’imprenditore del Nord- Nord Est pronto a nascondere capitali in Svizzera o in qualche paradiso fiscale, il vero serbatoio dell’economia sottratta al fisco è il Sud Italia. Lo rivela la documentazione depositata da Banca d’Italia, Agenzia delle Entrate e Istat presso la commissione Lavoro del Senato che sta conducendo una indagine conoscitiva sul livello dei redditi di lavoro nonché sulla redistribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993-2008. I dati , e in particolare un lavoro dell’ufficio studi della Agenzia delle Entrate sulla evasione Irap sono stati analizzati in un documento pubblicato lunedì scorso integralmente dal professore Paolo Feltrin, titolare della cattedra di scienza dell’amministrazione all’Università di Trieste. Feltrin ha spiegato che l’evasione Irap è “una delle forme di evasione che si possono quantificare meglio. Sulle altre ci possono essere indizi più o meno indiretti, ma su questa siamo abbastanza certi”. E ha citato l’indagine dell’Agenzia delle Entrate per rivelare che “l’intensità della evasione Irap nelle regioni del Sud è da 3 a 5 volte superiore a quella delle regioni del Nord, raggiungendo il massimo del 94 per cento in Calabria (vuole dire che circa il 50% è evaso)”. Sempre secondo i dati della Agenzia delle Entrate, rivela Feltrin, “nel Sud e nelle isole l’evasione fiscale è medio-alta per il 70 per cento delle province contro il 24-26 per cento delle province del centro-nord. Secondo la stessa ricerca per il Sud si arriva ad oltre l’80 per cento di propensione all’evasione fiscale”.
I dati su chi fa fesso il fisco, secondo il professore triestino, rischiano di fare traballare la veridicità di altri dati ufficiali, soprattutto quelli su reddito medio e livelli di povertà che nel quadro macroeconomico si riflettono anche sulla consistenza del Pil italiano. Feltrin cita una indagine della Banca d’Italia “che segnala qualche problema sulle dichiarazioni delle regioni meridionali. Nel 2006 ad esempi ci sarebbe un 30 per cento di popolazione con reddito pro capite basso, ma se vado a vedere i consumi questo 30 per cento si dimezza e diventa 15 per cento. Se guardo ai redditi ho il 30 per cento delle famiglie povere, ma se guardo ai consumi questa percentuale si dimezza al 15 per cento. Anche qui la differenza fra redditi e consumi è una spia”. Il professore non lo dice, ma è evidente che è un altro indicatore del formidabile livello di evasione nel Mezzogiorno. Ma non si tratta della vecchia economia sommersa: “tutti i dati anzi dimostrano che l’evasione fiscale da lavoro nero, mancati contributi etc… è in radicale diminuzione: queste sono le stime Istat dagli anni ’90 in poi (…). In questi anni sembra essere aumentato un altro tipo di evasione/elusione fiscale, prevalentemente concentrata nei settori manifatturieri e collegata all’import-export”. E’ in questa massa di evasione fiscale che si spiega perché sia sopportabile nel Sud un altro dato ufficiale, quello sulla presenza del 61,8 per cento di famiglie povere: “perché”, sostiene Feltrin, “non ci sono movimenti di contestazione o tensioni sociali con dati così? Perché questi dati non sono veri”. Esiste secondo il professore triestino anche un altro dato non veridico: quello sul Pil: “Con ogni probabilità stiamo sottostimando il Pil nazionale perché non teniamo in adeguato conto non tanto l’evasione classica, tradizionale, quella che abbiamo avuto per 50 anni, ma quella che può essere esplosa negli anni ’90 e negli anni 2000, legata a transazioni estere, spesso legali”. Lo sa l’Istat, lo sa la Banca di Italia “e perché non si corregge la sottostima del Pil? Io credo che qualsiasi aggiustamento del Pil renderebbe meno cogente qualunque politica di contenimento del debito pubblico. Quindi, tutto sommato, conviene a tutti per un po’ dire che il Pil è così come è e non fare troppe discussioni”.
Le sentenze sono sacre! Ma il Csm non le rispetta
Le sentenze non si discutono, si rispettano e si applicano. Questa massima, ripetuta come una cantilena da magistrati, giuristi e legulei, vale per tutti. Beh, non proprio per tutti. Per tutti i comuni mortali. Meno i magistrati. Già, perché la sentenza riguarda loro, mica la debbono per forza rispettare. La buttano nel cestino. Come ha fatto nell’ultimo anno e mezzo per ben due volte il massimo organo di autogoverno della magistratura, il Csm. Due volte infatti il Consiglio di Stato ha annullato per irregolarità la nomina di Giovanni Palombarini a procuratore generale aggiunto della Corte di Cassazione. Due volte il Csm ha fatto finta di nulla e buttato nel cestino la decisione del massimo organo della giustizia amministrativa. E mercoledì scorso ha rinominato Palombarini procuratore generale aggiunto della Cassazione con la stessa procedura (una chiacchierata in commissione, stretta di mano e pacche sulle spalle) già annullata due volte per irregolarità.
Palombarini era stato nominato a quell’incarico il 18 ottobre 2007. Tre magistrati che ritenevano di avere più titoli di lui hanno fatto ricorso. E vinto con decisione del Consiglio di Stato numero 3513 del 2008. Solo uno di loro, Vitaliano Esposito, ha ritirato poi l’azione giudiziaria. Non perché si sia convinto che Palombarini avesse più titoli di lui. Solo perché Esposito è stato nominato dal Csm a un grado più alto, quello di procuratore generale di Cassazione, e non avrebbe avuto senso continuare a battagliare per essere retrocesso.
Davanti all’annullamento della nomina, il Csm non ha nemmeno lontanamente pensato di fare autocritica. Qualcosa tipo riguardare bene i curricula, esaminare tutti i candidati e poi scegliere con profonde motivazioni quello più adatto all’incarico, come stabiliva il Consiglio di Stato. Macchè, quelli Palombarini volevano e Palombarini hanno rinominato semplicemente riconvocandolo in commissione per una brillantissima audizione e stabilendo che sì, lui era l’uomo giusto. Inutile dire che di fronte a quello che loro sembrava un sopruso bello e buono, i due esclusi che attendevano giustizia, e cioè Carmelo Renato Calderone e Antonio Siniscalchi, hanno ripresentato ricorso al Csm.
I supremi giudici amministrativi il 31 dicembre 2009, un po’ spazientiti per il comportamento dei colleghi del Consiglio superiore della magistratura, hanno bocciato con sentenza il loro comportamento e in più licenziato dall’incarico lo stesso Palombarini. Il Consiglio di Stato spiega che “non vi era adeguata motivazione in ordine alla ritenuta prevalenza del dott. Palombarini sugli altri candidati a fronte di quanto risultante dai fascicoli personali degli stessi: imn particolare emergeva dagli atti che il dott. Esposito vantava una più lunga e variegata esperienza presso gli uffici di legittimità e che sia il dott. Calderone che il dott. Siniscalchi potevano vantare maggiore esperienza dirigenziale specifica”. Di più: “illegittimo era il ruolo determinante che era stato assegnato, quanto al requisito delle attitudini e capacità organizzative, all’audizione del dotto. Palombarini, atteso il carattere integrativo e sussidiario che per, consolidata giurisprudenza, l’audizione personale riveste rispetto alle risultanze documentali relative ai precedenti in carriera dei candidati”. Come dire che uno studia per anni da mattino a sera, lavora come una bestia, macina titoli su titoli e poi a un concorso gli preferiscono un altro solo perché è più brillante e simpatico nella conversazione. Agli esclusi secchioni girano le scatole. Al Consiglio di Stato hanno bollato questa decisione con il timbro che dovrebbe essere più infamante per il Csm: “illogica e illegittima”. E così il 31 dicembre il Consiglio di Stato ha concluso: “Alla luce dei rilievi fin qui svolti, s’impone una decisione di accoglimento delle domande di parte ricorrente. Alle amministrazioni intimate, pertanto, va ordinato di porre in essere tutti gli atti necessari per la corretta ottemperanza al giudicato in questione, attraverso una ulteriore rinnovazione della valutazione comparativa”. Il 20 gennaio il Csm si è riunito e ha semplicemente rinominato Palombarini al suo posto, facendo spallucce al consiglio di Stato.
Palombarini, il candidato per cui si buttano nel cestino le sentenze, non è di primissimo pelo. Nato a Gorizia nel 1936, va per i 74 anni. Nel 1981 è stato eletto segretario generale di Magistratura democratica e successivamente presidente della stessa corrente dei magistrati. Grazie a Md fra il 1990 e il 1994 è stato eletto nel consiglio superiore della magistratura.
Ai suoi contendenti beffati per la seconda volta dal Csm resta ancora una possibilità: quella della causa civile per avere almeno il riconoscimento economico dei loro diritti. Ogni anno decine di magistrati, perfino quelli in pensione, scelgono quella strada per avere riparazione dalle ingiustizie del Csm. E ottengono il dovuto senza incontrare resistenza: tanto il loro aumento di stipendio e lo scatto di pensione viene pagato da Giulio Tremonti, mica da Nicola Mancino e dai suoi colleghi.
Claudio Bisio, il comico che ha più naso per gli affari
Come il Leonard Zelig di Woody Allen Claudio Bisio soffre di camaleontismo. Ma per lui non è una malattia. Di notte accarezza il suo cuore da sempre a sinistra, cavalcando con battute al fulmicotone i cabaret che lo hanno reso celebre fino a farlo diventare il mattatore di Zelig su Canale 5. Di giorno cura il suo portafoglio a destra, per cui deve ringraziare le tv di Silvio Berlusconi. Un superportafoglio, perché Bisio guadagna più di 2 milioni di euro all’anno ed è il comico più ricco, anzi, straricco, di tutta la banda Zelig. Lascia a distanza siderale perfino Luciana Littizzetto, la comica più ricca. Lei lo supera solo sul mercato immobiliare: ha 13 case fra Torino e Milano. Bisio si è fermato a 12. Alla banca dati del catasto il compagno Zelig di Novi Ligure (dove è nato il 19 marzo 1957) risulta proprietario di 5 fabbricati a Milano, due in provincia di Savona, tre a Firenze e due in provincia di Genova (ad Arenzano). In più ci sono cinque terreni nell’alessandrino e tre nel fiorentino. Ma a differenza della Littizzetto Bisio viene da famiglia benestante, e buona parte del patrimonio di immobili e terreni lo ha ereditato dal padre insieme alla sorella Marilena, di tre anni più giovane. Sugli immobili vale di più lei. Ma sul vile denaro Bisio sbaraglia la collega, grazie soprattutto agli ottimi contratti ottenuti con Mediaset e con Seat-Pagine gialle per cui da anni è testimonial di un fortunatissimo spot. Quando la Littizzetto ha iniziato a lavorare con Fabio Fazio in Rai, al fisco ha dichiarato 1,8 milioni di euro, cifra che la inserisce di diritto fra le donne più ricche di Italia. Bisio però le ha bagnato il naso, lasciandola a grande distanza. Con il suo reddito di 2.299.611 euro dal 2005 è entrato nell’empireo dei milionari italiani, 384° in classifica. Tanto per capirci al 385° posto figurava Andrea Della Valle, presidente della Fiorentina, che guadagnava 9 mila euro meno di lui. Sopra i due milioni di euro, ma alle spalle di Bisio c’erano anche Donatella Versace, l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti (che da domani secondo un emendamento alla legge comunitaria passato ieri in Senato dovrà ridursi lo stipendio sotto i 200 mila euro lordi, parificato ai parlamentari), l’ex manager della Juventus, Antonio Giraudo, il calciatore-allenatore ancora per poco della stessa squadra, Ciro Ferrara, e perfino uno scrittore-intellettuale che campa di diritti di autore d’oro come Umberto Eco (2 milioni e 128 mila euro).
A costruire il super-reddito di Bisio oltre ai cachet cinematografici e per le serate, ci sono anche le partecipazioni in società. Il comico ha il 2 per cento della Bananas srl, creata da Gino e Michele proprio per dare forma societaria alle fortune di Zelig. Ma è intestata a lui anche l’80 per cento di una immobiliare, la Solea srl, di cui è amministratore unico. Nel 2008 ha fatturato poco più di un milione di euro con un utile di 469.277 euro. Non ha immobili di proprietà, ma ha preso in leasing un ufficio con autorimessa (valore 1,3 milioni) e una abitazione (valore 602 mila euro) che gestisce e riaffitta a terzi. Bisio ha una quota anche di una società di promozione pubblicitaria (la Moviement srl) che fattura circa 2 milioni di euro all’anno e ha chiuso il 2008 in utile per 33.093 euro. Meno fortunata un’altra avventura imprenditoriale in cui si è tuffato insieme ad altri colleghi di Zelig: quella della Steek Hutzee srl, azienda di abbigliamento in corso di trasformazione. Dopo qualche anno in cui si è barcamenata, ha dedicato l’intero 2008 a cercare di riscuotere i crediti dai clienti che non pagavano. Risultato: 13 mila euro di perdita. Per Bisio non è un dramma: ha solo l’8 per cento. Per gli affari (e non solo quelli), Claudio ha davvero naso.
Littizzetto, Luciana si inventa una seconda vita da palazzinara
Il suo primo mattone l’ha conquistato quattro giorni prima di compiere il ventesimo anno di età. Fu quel 25 ottobre 1984 che la signorina Luciana Littizzetto, “nubile, insegnante” firmando l’atto di acquisto dalla signora Antonietta Luigia Darbesio in Ceschi, casalinga, scoprì la sua vera vocazione: quella immobiliare. Era un semplice box auto, in via San Donato a Torino, a due passi dalla latteria gestita tutta la vita dia genitori. Ma era solo l’inizio. Otto anni dopo, nel 1992, altro box auto. E poi gli affari veri. Oggi la Littizzetto non insegna più. In compenso è proprietaria di 10 fabbricati a Torino, uno nella collina torinese in quel di Gassino (è l’ultimo suo acquisto, nel novembre 2009), uno nella natìa Bosconero, sempre provincia del capoluogo piemontese e uno a Milano. In tutto 14 fabbricati, ed è un patrimonio già da agenzia immobiliare. Certo, la spalla destra di Fabio Fazio in “Che tempo che fa”, la sua vocazione l’ha costruita anche grazie a un altro mestiere, assai più redditizio dell’insegnamento: quello di attrice comica. Grazie alla Rai che l’ha trasformata in una stellina del suo terzo canale, è diventata una delle principali protagoniste dello show business. Libri, spot pubblicitari, film, spettacoli tv. A differenza dei suoi colleghi e amici di Zelig (con cui iniziò) specialisti nel cuore a sinistra e portafoglio a destra, Luciana ha corretto la rotta: ora è cuore e portafoglio rigorosamente a sinistra. Rai Tre contribuisce non poco al suo reddito, ma soprattutto è stata il volano per farle avere contratti altrove (come quelli degli spot). Fatto sta che già nel primo anno di Che Tempo che fa la Littizzetto è arrivata fra i primi 500 contribuenti di Italia. Reddito da 1.824.084 euro, 11 mila più dell’allora manager di Mc Donald’s, Mario Resca, 13 mila più di Santo Versace e davanti perfino a il re delle carni Luigi Cremonini (22 mila euro meno di Luciana), all’industriale Vittorio Merloni (24 mila euro in meno) e al superprofessore Umberto Veronesi, che doveva accontentarsi di 1.784.502 euro.
L’ex insegnante insomma ha fatto carriera, e si può capire come oggi sia blindato in Rai il suo contratto non intaccato (a differenza di quello di Fazio) nemmeno da uno spiffero. Con i soldi guadagnati Luciana si è potuta così dedicare alla passione che la prese così giovane: quella per gli investimenti sul mattone. A Torino, città a cui è restata legatissima, ha immobili un po’ dappertutto: in via Cavalcanti, in corso Quintino Sella, sulla collina. Ma il suo interesse principale è stato per la cosiddetta precollinare: in via Villa della Regina ha messo a segno anno dopo anno un colpo immobiliare dietro l’altro, comprando appartamenti in vari numeri civici sempre da privati. Trattative fatte in solitaria salvo in un caso, in via Colombini, dove l’acquisto dal proprietario precedente, la Operfin 90 srl è stato condiviso al 50% con Davide Graziano, autore della colonna sonora di “Ravanello pallido”, esordio di Luciana come sceneggiatrice. Nonostante la disponibilità economica, solo nel 2006 la Littizzetto ha voluto sbarcare come immobiliarista anche nel paese da cui proveniva la sua famiglia. E ha acquistato una casetta a Bosconero dalla Vibi costruzioni srl battagliando all’inizio perché fosse tolta l’ipoteca da 2 milioni dovuta a un precedente mutuo con Unipol banca. Ma poi tutto è filato liscio.
Gialappa's, mai dire no a Berlusca e il portafoglio si gonfia
Mai dire no. Chissà se mai quei tre ragazzi che un quarto di secolo fa, era il 1985, esordirono a Radio popolare, avrebbero pensato un giorno di entrare nella classifica fra i 5 mila uomini più ricchi di Italia. Loro, Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci ora come oggi sono conosciuti dal grande pubblico come la “Gialappa’s”. Nati nella radio cult della sinistra meneghina, commentando la sera delle partite la giornata calcistica, i tre si sono ben guardati di dire no al dirigente Fininvest che un giorno sentendoli li contattò e propose loro il grande salto. Così il trio è esploso professionalmente a Mediaset. Assunti a Rete4, passati a Italia Uno, finiti a Canale 5, hanno ormai un posto fisso fra le star delle tv di Silvio Berlusconi. E all’azienda sono restati più che fedeli in questi anni. Con un solo screzio, datato aprile 2004, quando in piena campagna elettorale per le europee, la mannaia della par condicio falcidiò i contenuti della loro “Mai dire domenica”, provocando la protesta di uno dei tre, Santin, che tuonò: “Perché noi censurati ed Emilio Fede che sbeffeggiava Lilly Gruber lasciato libero?”. Cinque anni dopo però è stato lo stesso Santin a divenire più realista del re prendendo le parti di Mediaset contro Enrico Mentana in quel caso Englaro che costò il posto di lavoro al conduttore di Matrix: “Lui si è nascosto dietro la foglia di fico dell’interesse per l’informazione. Ma a Mentana interessava solo l’auditel in questo caso”. Insomma, il trio della Gialappa’s non la pensa come il fondatore dell’azienda che dà loro lavoro, ma sta ben attento a non sputare nel piatto dove mangia. Anche perché grazie al biscione la loro vita è davvero cambiata. Nel 2005, l’anno in cui tutti i 740 degli italiani sono finiti su Internet per decisione di Vincenzo Visco, loro stavano nella parte alta della classifica. Carlo Taranto davanti a tutti con i suoi 616.761 euro che superavano perfino di 600 euro il reddito all’epoca di Fabio Fazio. A ruota Marco Santin, con 597.507 euro e fanalino di coda Giorgio Gherarducci, figlio d’arte del giornalista sportivo Mario, che aveva guadagnato 561.450 euro. Grazie ai buoni contratti ottenuti i tre si sono lanciati anche in un’altra avventura di successo: quel Zelig di cui sono autori, fondatori e mezzi padroni Gino e Michele. La Gialappa’s si è divisa in parti più o meno uguali il due per cento di Bananas srl, società che produce Zelig. E così ha uno zampino anche nell’altra gallina dalle uova d’oro della compagnia: Smemoranda. L’avventura con Gino e Michele è costata qualche migliaio di euro, e rende già benissimo. La quota della Gialappa’s vale, come porzione di fatturato 2008, qual cosina in più di 350 mila euro.
Gialappa’s è anche il nome della società a responsabilità limitata che gestisce il marchio del successo artistico del trio ed è guidata da Taranto, che ha vocazioni più manageriali degli altri compagni di ventura. Fattura poco meno di un milione di euro con un utile di 80.074 euro. Sul conto corrente aperto presso la Cassa di risparmio di Parma e Piacenza sono depositati 124.155 euro secondo quanto riporta il bilancio di esercizio. Mentre Taranto cura gli affari del gruppo, i due colleghi della Gialappa’s hanno investito nel mattone. Santin a dire il vero ha due case a Milano, la più grande ereditata nel 2005 dal padre Federico, uno dei più celebri disegnatori e illustratori di libri per ragazzi. E una casetta ad Ostuni, vicino a Brindisi, dove rifugiarsi di tanto in tanto. Gherarducci ha invece un piccolo patrimonio immobiliare fra Milano e le province di Piacenza e Savona. Nel capoluogo lombardo, dove i tre lavorano, Gherarducci risulta comproprietario di una casetta sui Navigli acquistata nel 2000, e proprietario di un appartamento di sei vani non lontano da piazza 5 giornate, acquistato a fine 2004 e di un altro appartamento nella stessa zona con 5,5 vani in comproprietà. Sempre a Milano è di Gherarducci il 50% di un più ampio appartamento (10,5 vani) a due passi da porta Ticinese. Altri investimenti immobiliari in solitaria a Lugagnano Val D’Arda in provincia di Piacenza e insieme al più giovane fratello Giampaolo ad Albisola superiore, in provincia di Savona (4,5 vani di cui gode l’usufrutto la mamma, Maria Carmen).
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