Riformate tutto, ma non tagliateci lo stipendio. A sorpresa in Senato è risorta fra le fila dell’opposizione la casta, che sta facendo fuoco e fiamme per garantire superstipendi ai prossimi eletti nei consigli regionali. Pd e Idv hanno infatti sollevato eccezione di costituzionalità nei confronti dell’articolo 3 del decreto legge a firma Silvio Berlusconi, Roberto Calderoli ed altri, che punta a calmierare fra le altre anche le spese delle Regioni per il funzionamento dei propri organi istituzionali: consiglio e giunta. A dire il vero non è che avesse calato la mannaia sugli stipendi. Ha solo proposto una norma quadro di buon senso, lasciando piena autonomia a ciascuno: “Ciascuna Regione”, stabilisce l’articolo, “a decorrere dal primo rinnovo del consiglio regionale successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto, definisce l’importo degli emolumenti e delle utilità, comunque denominati, ivi compresi l’indennità di funzione, l’indennità di carica, la diaria, il rimborso spese, a qualunque titolo percepiti dai consiglieri regionali in virtù del loro mandato, in modo tale che non accedano complessivamente, in alcun caso, l’indennità spettante ai membri del Parlamento”. Insomma: superstipendi sì, ma non più di quelli che si concedono a deputati e senatori. Sembrava filare liscia, e invece, apriti cielo! Quando hanno visto quel taglio per i loro beniamini, coro di proteste nelle fila del Pd e perfino dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. “E’ incostituzionale, è incostituzionale!”, hanno tuonato all’unisono scoprendosi improvvisamente superfederalisti, e a poco è servita la spiegazione della maggioranza di non volere prevaricare le Regioni: ognuna deciderà autonomamente, nel limite però di un tetto di spesa che anche i cittadini dovrebbero apprezzare. Il braccio di ferro è in corso, e per ripicca Pd e Idv hanno inondato le commissioni riunite (Affari costituzionali e Bilancio) di palazzo Madama di centinaia di emendamenti. Che non solo puntano a sventare il calmiere governativo sugli stipendi della casta, ma a fare allargare i cordoni della borsa nei confronti dei loro beniamini e affiliati, tutti professionisti della politica che non saprebbero come sbarcare il lunario senza le generosità pubblica. Nelle fila del Pd pioggia di proposte per fare risorgere dopo il taglio governativo (già ammorbidito dalla Camera)le comunità montane anche quando sono a livello del mare.
Clamoroso fra i tanti un emendamento dell’Italia dei valori, primo firmatario Pancho Pardi (ma ci sono anche altri pezzi grossi come Felice Belisario e Stefano Pedica) che getta nel cestino anni di prediche inutili (ed evidentemente un po’ false) sui costi della politica e la necessità di tirare la cinghia. I valorosi dipietristi (emendamento 4.53) chiedono infatti di restituire ad amministratori e consiglieri di enti locali dalle mani bucate quel taglio del 30% dei loro stipendi che nel 2009 aveva loro comminato Giulio Tremonti come punizione per non avere rispettato l’equilibrio dei conti previsto dal patto di stabilità. La nuova casta è dunque tornata.
Giù le mani dalle nostre indennità! Basta toccare la loro tasca e perfino l'Idv si trasforma in casta
Riformate tutto, ma non tagliateci lo stipendio. A sorpresa in Senato è risorta fra le fila dell’opposizione la casta, che sta facendo fuoco e fiamme per garantire superstipendi ai prossimi eletti nei consigli regionali. Pd e Idv hanno infatti sollevato eccezione di costituzionalità nei confronti dell’articolo 3 del decreto legge a firma Silvio Berlusconi, Roberto Calderoli ed altri, che punta a calmierare fra le altre anche le spese delle Regioni per il funzionamento dei propri organi istituzionali: consiglio e giunta. A dire il vero non è che avesse calato la mannaia sugli stipendi. Ha solo proposto una norma quadro di buon senso, lasciando piena autonomia a ciascuno: “Ciascuna Regione”, stabilisce l’articolo, “a decorrere dal primo rinnovo del consiglio regionale successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto, definisce l’importo degli emolumenti e delle utilità, comunque denominati, ivi compresi l’indennità di funzione, l’indennità di carica, la diaria, il rimborso spese, a qualunque titolo percepiti dai consiglieri regionali in virtù del loro mandato, in modo tale che non accedano complessivamente, in alcun caso, l’indennità spettante ai membri del Parlamento”. Insomma: superstipendi sì, ma non più di quelli che si concedono a deputati e senatori. Sembrava filare liscia, e invece, apriti cielo! Quando hanno visto quel taglio per i loro beniamini, coro di proteste nelle fila del Pd e perfino dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. “E’ incostituzionale, è incostituzionale!”, hanno tuonato all’unisono scoprendosi improvvisamente superfederalisti, e a poco è servita la spiegazione della maggioranza di non volere prevaricare le Regioni: ognuna deciderà autonomamente, nel limite però di un tetto di spesa che anche i cittadini dovrebbero apprezzare. Il braccio di ferro è in corso, e per ripicca Pd e Idv hanno inondato le commissioni riunite (Affari costituzionali e Bilancio) di palazzo Madama di centinaia di emendamenti. Che non solo puntano a sventare il calmiere governativo sugli stipendi della casta, ma a fare allargare i cordoni della borsa nei confronti dei loro beniamini e affiliati, tutti professionisti della politica che non saprebbero come sbarcare il lunario senza le generosità pubblica. Nelle fila del Pd pioggia di proposte per fare risorgere dopo il taglio governativo (già ammorbidito dalla Camera)le comunità montane anche quando sono a livello del mare.
Clamoroso fra i tanti un emendamento dell’Italia dei valori, primo firmatario Pancho Pardi (ma ci sono anche altri pezzi grossi come Felice Belisario e Stefano Pedica) che getta nel cestino anni di prediche inutili (ed evidentemente un po’ false) sui costi della politica e la necessità di tirare la cinghia. I valorosi dipietristi (emendamento 4.53) chiedono infatti di restituire ad amministratori e consiglieri di enti locali dalle mani bucate quel taglio del 30% dei loro stipendi che nel 2009 aveva loro comminato Giulio Tremonti come punizione per non avere rispettato l’equilibrio dei conti previsto dal patto di stabilità. La nuova casta è dunque tornata.
L'ultima dei pm sul cav: condannatelo, perchè delinque solo a parole. Ma poi non fa nulla...
Di cosa è accusato Silvio Berlusconi dai magistrati di Trani? Di avere fatto pressioni e tentato di punire un mezzo di comunicazione, la Rai. Questo a Trani. Perché anche a Milano Berlusconi è accusato. E questo certo non farebbe notizia. Non fosse che l’accusa poggia sull’assunto diametralmente opposto: quella di non avere mai manifestato “intenti punitivi nei confronti dei mezzi di comunicazione”. Lo sostiene il giudice milanese Alda M. Vanoni in un documento inviato alla Camera il 13 febbraio scorso. Detta così sembrerebbe una cosa da pazzi. Ma non lo è. Perché a Milano come a Trani l’obiettivo è lo stesso: incastrare Berlusconi. Per farlo in Puglia bisogna dimostrare quella tesi, del Berlusconi che minaccia la libertà di comunicare. Per farlo a Milano bisogna dimostrare la tesi opposta. Lì infatti il giudice si è trovato una causa civile del gruppo Espresso contro il premier, che pubblicamente davanti a imprenditori si era lamentato dell’atteggiamento critico di quei giornali dicendo “non dovreste dargli più pubblicità”. A processo Berlusconi ha sollevato lo scudo costituzionale dell’immunità: “era una battuta politica, insindacabile”: E ai giudici, che altrimenti dovevano fermarsi, non è restata altra arma che accusarlo di essere quasi un santo: “Non sembra potersi collegare ad alcuna attività parlamentare svolta dall’onorevole Berlusconi, dato che le sue iniziative non hanno mai manifestato intenti punitivi nei confronti dei mezzi di comunicazione”. Morale della favola di Berlusconi imputato: “Sei colpevole? Ti condanno”. “Non sei colpevole? Male. Allora ti condanno per la tua intollerabile innocenza”.
Intercettare e incastrare è così bello che è addirittura meglio di salvare la vittima di un delitto. Il manifesto dei pm secondo Antonio Di Pietro
La difesa era scontata. Per uno come Antonio Di Pietro qualsiasi inchiesta possa mettere nel mirino “quel piduista di Silvio Berlusconi”- come ha detto ieri nel morbido salotto di Repubblica tv- è ottima a prescindere. E per difendere appunto a prescindere i magistrati di Trani l’ex pm divenuto leader politico ieri ha spiegato che quando lui era al loro posto faceva nello stesso modo: “non è che se io facevo inchieste a Milano e poi sentivo al telefono qualcuno che pagava tangenti a Napoli, Canicattì o Mondovì dicevo alt, non mi riguarda. Intercettavo tutto e poi alla fine decidevo di inviare gli atti a Napoli, Canicattì o Mondovì”. Quindi vero che i pm di Trani stavano indagando e intercettando sullo “scandalo dell’usura sulle carte di credito” (un clamoroso affaire del valore di 560 euro), ma se intercettando per quello hanno scoperto reati ben più grossi che riguardano – ha detto testualmente Di Pietro- “il presidente del Consiglio e il presidente della Rai, Minzolini”, benissimo hanno fatto a continuare a intercettare. Ed ecco l’asso sfoderato dal leader dell’Italia dei Valori per convincere qualche dubbio degli astanti: “ dimenticatevi questi fatti. Facciamo finta che ad essere intercettati a Trani fossero un gruppo di spacciatori di cocaina e si procedesse per quel reato. Mentre sono intercettati entra un’altra persona che dice ‘Ho saputo che domani Giuseppe va ad ammazzare sua moglie’. Il pm che deve fare? Fare finta di non sentire perché si sta occupando di un altro reato? No. Naturalmente intercetta anche il telefono di Giuseppe così capisce se si trattava di una battuta o se davvero quello lì fa anche l’omcidio e così si poi lo si incastra”. Ecco, con il suo discorso in parole povere fra mille strafalcioni in italiano, Di Pietro ha proprio centrato l’argomento chiave per cui non solo quelle di Trani, ma gran parte delle intercettazioni fatte dalle procure italiane sono inutili. Perché nella testa Di Pietro, che per fortuna non fa più il magistrato, e molti suoi amici pm che purtroppo sono in servizio hanno proprio solo quello: incastrare colpevoli su colpevoli con il giochino facile delle intercettazioni. Una persona normale che ha la fortuna di sentire uno annunciare “Giuseppe domani ammazza sua moglie”, che fa? Cerca subito Giuseppe e prova in ogni modo a sventare un uxoricidio, salvando la vita della povera donna. A Di Pietro e ai suoi amici pm una soluzione così evidente non salta nemmeno nell’anticamera del cervello: loro intercettano e incastrano. Se prendono Giuseppe con l’arma in mano dopo il delitto, sono felicissimi. E magari aspettano un po’ prima di farlo. Perché se continuano a intercettare Giuseppe a lungo, chissà mai che non commetta altri delitti e così alla fine si imbastisce un bel processone sicuro per strage.
Questo manifesto politico del partito delle procure con lo slogan “intercettate, intercettate, qualcosa resterà” non è stato l’unico riferimento alla vicenda di Trani dell’intervista a Di Pietro. Il leader dell’Italia dei Valori sbagliando nomi e cariche (“l presidente della Rai, Minzolini” è in realtà il direttore del Tg1) ha protestato contro l’attentato alla libertà di stampa che Silvio Berlusconi avrebbe commesso al telefono lamentandosi sia di giornalisti di Repubblica che di Michele Santoro. Ha sostenuto che erano sacrosante le puntate di Annozero sul “racconto di Mills” e sul “racconto del pentito Spatola” (lapsus: si trattava del racconto di Spatuzza. Spatola era invece un pentito del processo a Giulio Andreotti). Ha tuonato contro Berlusconi indagato che manda gli ispettori: “Vuole fare il prete e il sacrestano” (paragone incomprensibile, che vorrebbe sottolineare l’antinomia dei ruoli). E si è morso la lingua a proposito della nota di Giorgio Napolitano che frenava gli ardori del Csm: “ha detto le cose che potrebbe dire il mio vicino di casa. Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Di Pietro quella lingua se l’è morsa meno poi affrontando temi politici e commentando le alleanze di Pierferdinando Casini un po’ a destra e un po’ a sinistra: “Casini fa il mestiere più antico del mondo…”.
Ma quanto minacciano la Rai questi politici! Bersani l'ha fatto tante volte da sembrare un terrorista
Il Pd deve ringraziare che nessun procuratore di provincia ha provato a mettere ai suoi dirigenti il telefono sotto controllo. Altrimenti il partito oggi sarebbe travolto dalle inchieste su concussione e minacce nei confronti dell’Autorità di garanzia nelle comunicazioni. Perché è proprio il partito di Pierluigi Bersani (e le formazioni politiche che hanno originato il Pd) quello che negli anni della par condicio più di tutti ha provato a fare mettere il bavaglio a trasmissioni televisive e perfino ad articoli di giornale che non ne tessevano le lodi. Per 98 volte il Pd o suoi singoli esponenti hanno presentato esposti all’Authority, ed è un record assoluto. Perché al secondo posto figurano i radicali (alleati del Pd) che per 70 volte hanno cercato di mettere il bavaglio a tv e giornali. Le attuali opposizioni da quando esiste la par condicio hanno tentato questa “minaccia” 190 volte, il Pdl (e in qualche caso Silvio Berlusconi come singolo firmatario) ci ha provato solo 27 volte, e visto che la Lega è caduta in tentazione altre 9 volte, l’attuale governo lo ha fatto 36 volte. A ragionare come i giudici di Trani, la maggioranza ha minacciato la libertà di stampa una volta ogni cinque minacce degli avversari. Vero che Michele Santoro è stato uno dei bersagli preferiti: 27 minacce politiche contro i programmi da lui condotti. Ma anche qui c’è una sorpresa: nove volte da Berlusconi & c e 13 volte dal centrosinistra che avrebbe dovuto incensarlo. Altra vittima eccellente della politica è stato Bruno Vespa: ha incassato in questi anni 21 minacce, 16 delle quali provenienti dal centrosinistra. Terzo posto per Emilio Fede, con 16 minacce, quasi tutte provenienti dalle fila di Pd, radicali e dintorni. Se si guardano invece le aziende, non c’è proprio par condicio: 147 volte minacciata la Rai, 90 volte Mediaset e 17 volte La7. Fra le principali vittime, grazie alla rilevanza avuta durante le amministrative, la TgR Rai, con 16 minacce rivolte, 7 dal centro destra e 6 dal centrosinistra. Nel mirino delle pressioni sulla par condicio anche la stampa quotidiana, minacciata ben 236 volte. In testa i quotidiani Finegil del gruppo Espresso a pari merito con Il Messaggero (21 minacce ciascuno), seguiti da Il Giornale (20 minacce), dal Resto del Carlino (19 minacce), dal Corriere della Sera (17 minacce) e da Repubblica (13 minacce).
Ma se in tanti fanno la faccia feroce e mostrano i denti, il risultato non è poi diverso da quello emerso dalle telefonate di Trani fra Berlusconi e il commissario dell’Authority tlc, Giancarlo Innocenzi: un buco nell’acqua. Nel 75 per cento dei casi di minaccia l’autorità di garanzia nelle comunicazioni infatti se la cava con un’alzata di spalle: archivia o dichiara manifestamente infondati i rilievi. In un caso su quattro invece interviene, quasi sempre per chiedere al presunto colpevole di sanare autonomamente la possibile violazione di parità di condizioni fra le forze politiche. Anche qui di solito la riparazione avviene subito. In caso contrario l’Autorità dà una bella tiratina di orecchie al colpevole e tutto finisce a tarallucci e vino. In pochissimi casi arriva davvero la punizione voluta da chi aveva minacciato. Si contano 12 casi dal 1994 (quando l’autorità non esisteva e c’era ancora il Garante unico). Sette volte la sberla è arrivata a Mediaset e cinque volte alla Rai. Si strapperà i capelli, ma la vera vittima delle minacce, non è Michele Santoro. Il più colpito da frustate dei politici concessori è infatti Emilio Fede con il suo straordinario Tg4, che dal 1994 ad oggi si è visto comminare sanzioni per 850 mila euro (con decisioni talvolta ribaltate in pretura o davanti al Tar). Il povero Santoro vale come vittima tanto quanto Irene Pivetti: 150 mila euro a testa. L’ex deputato leghista si è presa la sanzione minacciata in unica soluzione: nel 2006 per un programma su Rete 4. Santoro invece per fare 150 mila euro ci ha messo otto anni. I primi centomila sono arrivati nel 2001 per una puntata del Raggio Verde in cui aveva linciato senza contraddittorio Marcello Dell’Utri. Gli altri sono stati aggiunti nel 2009 per una puntata di Annozero punita per la presenza di Beppe Grillo che insultava senza freno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il senatore Pd nonchè celebre oncologo Umberto Veronesi. Due uomini politici nati e cresciuti nel centro sinistra.
Santoro, da Servire il Popolo a Servire i pm...
Eccolo il leader che non c’era del partito che c’è più di tutti. Si sono trovati a Trani, Michele Santoro e il partito dei giudici. A “Michele chi?”, che in venti anni le ha provate tutte o quasi, mancava il partito della vita. Le toghe rosse erano prive di un vero leader. Sì, c’era Marco Travaglio, il giornalista più coccolato dalle procure, ma lì mancava la stoffa per l’avventura. Bravo ragazzo, solo che con la politica c’azzecca poco. Che meraviglioso incontro a Trani! Il tribuno televisivo insediato a vita nei palinsesti Rai per decisione giudiziaria di fronte all’ultima leva dei pm che impazziscono per la ribalta del piccolo schermo. Michele già calato nella parte, sotto braccio il faldone dei faldoni, quello che può fare aprire altre mille inchieste, centinaia di intercettazioni, mettere a soqquadro il Parlamento, fare ballare il settimo piano della Rai, rivoltare come calzini Autorità di garanzia, commissioni di vigilanza, maggioranze e opposizioni. Il matrimonio atteso da una vita. Perfino per uno come Santoro, svezzato dai maoisti di Servire il popolo che ai giudici avrebbero volentieri appiccato il fuoco. Poi cresciuto nella Telekabul di Alessandro Curzi e Angelo Guglilemi, da cui si è smarcato in fretta in cerca della piazza di cui diventare capopolo. Samarcanda, Il Rosso e il Nero, Temporeale, la fuga in braccio al nemico (Moby Dick su Mediaset), Il Raggio verde, Sciuscià, Annozero. Animale televisivo ma soprattutto politico in cerca della piazza della sua vita. Qualche giro di valzer ( e di Valter) con il pci-pds-ds-pd che lo ha portato perfino a Strasburgo. E l’attrazione per compagnia dell’antimafia, girotondi, bandiere arcobaleno, grillini dell’antipolitica, fazzoletti viola. Sempre inquieto, perché alla fine mai nessuno si è fidato di lui, l’ha voluto fino in fondo. Salvo il periodo dorato a Mediaset e – ironia della sorte- l’epoca gloriosa con i superpoteri affidatigli da Letizia Moratti nella prima Rai del centrodestra, Santoro non è riuscito a digerirlo mai nessuno dei manager delle aziende in cui lavorava. Qualcuno l’ha preso di petto, ed è andata male: toccare Michele chi? è come mettere le mani bagnate su fili scoperti della luce: si resta fulminati. E quando il poveretto se ne accorge troppo tardi, agonizzante a terra, manca ancora il colpo di teatro finale, quello che renderà chiaro a tutti come quello a terra sia il carnefice, e l’immacolato Santoro la povera vittima della prepotenza altrui. Uno così era proprio predestinato a diventare il leader naturale del partito dei giudici. Hanno lo stesso dna. Li sentite da anni? Hanno scagliato frecce, bombe a meno, scud sempre contro lo stesso bersaglio. E se quello prova a difendersi, ad alzare almeno uno scudo a protezione, le parti si invertono: diventa lui l’invasore e i poveri magistrati gli assediati.
Certo a Trani avevano le idee un po’ confuse. In questi giorni anonime fonti giudiziarie dal sen sfuggite avevano sparacchiato un po’ di tutto. Berlusconi indagato anzi no. Berlusconi, Minzolini e Innocenzi indagati per concussione. Solo uno. No, due. Macchè, tutti e tre. Smentisco tutto, Minzolini non è indagato. Che avete capito? E’ indagato sì, ma in un altro contesto. Interdetto Berlusconi dai pubblici uffici. Ma no, interdetto Minzolini. O Innocenzi? O forse interdetto a tutti l’uso dell’American Express. Beh, un po’ di caos c’era laggiù. Forse il pm, Michele Ruggiero, era troppo giovane. Si era distratto pensando a villetta e terreni appena donati dai genitori a due passi dal lungomare di Bari. Ma ora niente paura. E’ arrivato a Trani il procuratore capo, anzi il capo dei procuratori. Ci pensa Santoro a dare una dritta all’inchiesta, a farle fare il salto di qualità. Con il suo faldone di carte subito segretate ha reso inutile il viaggio degli ispettori di Angelino Alfano, ormai un passo indietro rispetto agli eventi. Ha già ottenuto la generosa protezione del Csm, che ha blindato l’inchiesta contro i diritti assegnati dalla Costituzione al ministro della Giustizia. La rivoluzione è già iniziata. L’ex leader di “Servire il popolo”, neo fondatore di “Servire i pm” è già lì, sulle barricate.
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