Metodo Tarquinio: al direttore di Avvenire non va giù il pasticcio etico di Fini e manda un avviso a Casini

Al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, non è piaciuto un granchè il discorso di Gianfranco Fini a Bastia Umbra. E lo confessa senza mezzi termini a un lettore nella rubrica delle lettere dle quotidiano dei vescovi, sotto il titolo "Un rischioso futurismo familiare". Secondo Tarquinio "il partito moderno, anzi futurista, di Gianfranco Fini, ultima evoluzione della destra post-fascista faticosamente nata dalle ceneri del Msi-Dn, sta rivelando di portare nel suo Dna qualcosa di strutturalmente e- per quanto ci riguarda- di inaccettabilmente vecchio: la pretesa radicaleggiante di dividere il mondo in buoni e cattivi, in arretrati e progrediti culturalmente, sulla base di una premessa e di un pregiudizio ideologico". Tarquinio cita la confusione finiana sulla famiglia (intesa non come Tullianos, ma come famiglia italiana allargata inserita nel programma politico) e sulle leggi sull'etica. Temi rilevanti che rendono Fini politicamente molto distante dai cattolici italiani. Tarquinio però va oltre la critica al programma futurista. E alla fine si chiede: "Come potremmo non annotare e tenere in debita considerazione tutto questo? E proprio guardando al futuro oltre che al presente, come potrebbero non tenerne conto con lucidità i potenziali interlocutori politici di Fini?". Un messaggio non proprio subliminale diretto a Pierferdinando Casini e all'Udc: quell'alleanza non s'ha da fare...


Il testo integrale a questo link


http://www.avvenire.it/Lettere/futurismofamiliare_201011090832252570000.htm

La mia ultima volta al Tg3


Giovedì 4 novembre squilla il mio telefonino. E' una gentile redattrice del Tg3 che chiede la disponibilità a partecipare alla edizione notturna di Linea Notte condotta da Bianca Berlinguer. Mi informo di che si parla e su quali siano gli altri ospiti. Mi dicono che ci saranno con me tre esponenti politici: Rosy Bindi (Pd), Gaetano Quagliariello (Pdl) e Roberto Rosso, fresco acquisto del Fli. Li conosco tutti e tre e accetto l'invito. Fra le 16 e le 23 e 30 il Tg3 mi chiama altre tre volte per sincerarsi che arrivi a Saxa Rubra con mezzi miei e all'ora giusta. Quando arrivo faccio per andare in studio e mi fermano: "no, lei non ci sta, lì è già pieno. Facciamo un collegamento con un altro ospite in un altro stanzino". Come pieno? In quattro ci stiamo... Così apprendo che gli ospiti sono in tutto sei e non 4 (in un'ora di trasmissione con servizi e rassegna stampa praticamente non si può esporreb un pensiero compiuto in così tanti). Sono cambiati quasi tutti, e nessuno me l'ha detto, C'è Rosy Bindi (unica sopravvisuta), poi Adolfo Urso (Fli), Gianfranco Rotondi (Pdl), lo scrittore Alberto Asor Rosa (fuori quota ufficialmente), e nello stanzino della punizione con me anche Massimo Giannini, vicedirettore di Repubblica. Quando ci vediamo scopro che nessuno dei due sapeva della presenza dell'altro e che anche lui era stato invitato sulla base di ospiti che poi non c'erano. Grottescamente i tecnici del Tg3 chiedono a me e Giannini di ignorarci e non parlarci. Abbiamo ciascuno una telecamera puntata come fossimo in due studi diversi, tipo uno a Milano e l'altro a Palermo. Una truffa per i telespettatori, ma la tv è sempre finzione. La par condicio è assicurata così: La Bindi è contro Berlusconi. Urso è contro Berlusconi. Giannini è contro Berlusconi. Rotondi lo difende. Bechis, essendo vicedirettore di Libero dovrebbe fare la stessa cosa (anche se non ne avevo intenzione). Asor Rosa è un intellettuale, di sinistra, ma anche autore dell'Einaudi di Berlusconi. sarà super partes. Infatti gli cedono la parola come si fa a un santone. Dice - super partes- "Ogni giorno che passa il proseguimento dell'era berlusconiana porta sempre di più il Paese verso la catastrofe". Per fortuna non tutto il Paese: si salva l'Einaudi di Berlusconi che così può pagare anticipi e diritti di autore ad Asor Rosa. Al 32° minuto nel finto studio sulla luna la Berlinguer chiede anche a me cosa pensi. Inizio a dire una cosa su Gianfranco Fini e sulle sue eterne giravolte. Inizio a citare un caso, la Berlinguer mi toglie la parola e fa subito replicare Urso. Io non posso controreplicare. Provo più volte a dire qualcosa e a chiedere di intervenire, ma non ho l'audio. Prima di me ha parlato Giannini. Fanno un giro di opinioni, poi un secondo giro. Tocca a Giannini. Dice cose su cui viorrei dire la mia, chiedo la parola. Non ho microfono e la Berlinguer non m i considera più. Devo stare lì muto (vietato parlare criticamente di Fini: è il nuovo idolo di TeleKabul) a fare la foglia di fico della loro par condicio? Ma chi me lo fa fare? Mi alzo e me ne vado. E' scortese, pazienza. Ho sbagliato io ad accettare l'invito. Ma ora lo so.

La vera storia della casa di Rosy Bindi

Martedì 2 novembre a Ballarò mi è capitato di ricordare a Rosy Bindi che della privacy dei politici si fa uso e consumo a seconda delle convenienze. Non deve averne Silvio Berlusconi, ma quando mi è capitato di occuparmi di come proprio Rosy Bindi avesse ottenuto una casa dietro piazza del Popolo dall'Inail nel 2000 comprandosela poi nel 2006 aprofittando delle cartolarizzazioni del ministero dell'Economia, mi sono trovato di fronte al muro della privacy. Con fatica ho scoperto poi il prezzo di acquisto- 421 mila euro- che era assai inferiore a quello di mercato dell'epoca (739.810 euro secondo la valutazione di Stima-Cerved). La Bindi si è indignata perchè lei non sarebbe accostabile al caso di Claudio Scajola. E in effetti non lo è. Ha fatto di meglio. Perchè i politici prima lottizzano l'Inail, poi invece di aderire a un bando come fanno tutti i cittadini, chiedono ai manager lottizzati di triovargli una casetta in centro di Roma a poco prezzo a due passi dalla Camera. E quando è il momento buono l'acquistano anche con un meraviglioso sconto. Naturalmente così passano davanti a chi ne avrebbe più bisogno. Chissenefrega. Per altro la Bindi passò davanti anche a un collega deputato, Vincenzo Zaccheo, oggi finiano. Che se la prese talmente da volere riempire di pugni il manager Inail che aveva favorito la Bindi. Come racconta lo stesso Zaccheo nella telefonata che potete sentire tutti nel file audio video allegato... Buon ascolto

Quella Bibbia che nella capitale del cristianesimo nessuno ha dato a Stefano Cucchi

A pochi giorni dall'anniversario della morte del fratello Stefano, Ilaria Cucchi ha scritto una lettera aperta a papa Benedetto XVI. "Mi rivolgo a Lei perché quando sembra impossibile trovare una consolazione terrena al nostro dolore, l'unico vero conforto ci arriva dalla fede", ha esordito Ilaria. Che ha poi spiegato che suo fratello Stefano è "morto di pregiudizio". Ha percorso le tappe del suo calvario dall'arresto al trasferimento all'ospedale Pertini di Roma, rivelando : "è giunto in ospedale dove dei medici l'hanno lasciato morire dopo un martirio durato sei giorni, tra dolori insopportabili, nello sconforto e nella solitudine, chiedendosi perché tutti, compresi i suoi cari, lo avessero abbandonato. Non era così, ma mio fratello lo avrà pensato quando poche ore prima di morire ha chiesto una Bibbia. Mi consola il fatto che Stefano sia morto in pace con Dio". Quello che racconta Ilaria è vero. Stefano Cucchi chiese una Bibbia 48 ore prima di morire. Ma purtroppo nella capitale della cristianità nessuno riuscì in quelle 48 ore a procurargliela. A Roma non si trovò una Bibbia. O meglio: all'ospedale Pertini esisteva una biblioteca. Ma fra i libri non c'era una Bibbia. E nessuno ritenne così importante l'ultima richiesta di un condannato a morte. L'episodio- tutt'altro che marginale- viene dagli atti desecretati della commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi, guidata da Ignazio Marino. Nella seduta del 13 gennaio scorso (gli atti sono ora pubblici e stampati dal Senato la scorsa settimana) fu ascoltata una volontaria della Caritas di stanza all'ospedale Pertini, Amalia Benedetta Ceriello. Fu lì che lei spiegò di avere ricevuto il martedì da Cucchi due richieste. La prima fu di di avvertire il cognato di accudire il suo cagnolino. La seconda fu appunto di potere avere una Bibbia. Ha raccontato la volontaria Caritas: "Io sono andata nella biblioteca della struttura insieme ad un agente a cercare la Bibbia, ma non c’era e ho pensato che gliela avrei procurata e portata". Di fronte all'insistenza dei parlamentari che chiedevano: "Ma la Bibbia? Cucchi l'ha poi ricevuta?", la Ceriello ha risposto così: "Presidente, la sera stessa in cui il ragazzo ha avanzato la richiesta, io ho telefonato al cognato. Non ho pero` parlato con lui; mi ha risposto la sorella, alla quale ho riferito le richieste di suo fratello. Le ho detto del cagnolino anche perche´, essendo io un amante degli animali, sono stata toccata da questa richiesta. Mi sono dunque raccomandata in tal senso (...) La Bibbia non e` stata consegnata: purtroppo, non abbiamo fatto in tempo". Certo, la volontaria della Caritas non aveva compreso l'urgenza della richiesta, non potendo sapere che Cucchi sarebbe morto due giorni dopo. Fa impressione però la sollecitudine con cui anche chi lavora nella Chiesa ritenesse più importante fare qiuel favore sul cagnolino ("sono un amante degli animali") che fare arrivare la Bibbia a Cucchi. E fa altrettanta impressione che nella biblioteca di un ospedale pubblico della città di Roma, capitale mondiale della cristianità, ma anche capitale di un paese che si è battuto per inserire le radici cristiane nella costituzione europea, non trovi posto la Bibbia, che testo base di quelle radici è non solo per i cristiani. E' il segno di un'epoca e perfino lo specchio reale di una cultura quella volontaria che lavora per la Chiesa italiana (la Caritas) che si preoccupa del cagnolino e non dell'anima di Cucchi. Come lo è quella assenza della Bibbia nella biblioteca del Pertini. Perfino ai condannati a morte regimi anche duri consentivano quell'ultimo desiderio: leggere la Bibbia e magari anche recitarla morendo. Non è più consentito in questo regime che si vede meno e penetra assai di più uomini e coscienze, fino a cancellare in modo spietato e banale ogni senso del reale, della vita e del suo destino. Il caso Cucchi è ancora più per questio lo specchio drammatico e assurdo della tragedia di un paese
Franco Bechis

Se quella miniera fosse stata alle porte di Roma...


Se l'incidente cileno fosse successo in una miniera italiana, le cose sarebbero andate così...

I giorno – tutti uniti per salvare i minatori, diretta tv 24h, Bertolaso sul posto.
II giorno – da Bruno Vespa plastico della miniera, con Barbara Palombelli, Belén e Lele Mora.
III giorno – prime difficoltà, ricerca dei colpevoli e delle responsabilità.
Berlusconi: “colpa dei comunisti”;
Di Pietro: “colpa del conflitto d’interessi”;
Bersani: “… ma cosa …è successo??”;
Bossi: “sono tutti terroni, lasciateli la’;
Capezzone: “non è una tragedia, è una grande opportunità ed è merito di questo governo e di questo premier”;
Fini: “mio cognato non c’entra”.
IV giorno – Totti: “dedicherò un gol a tutti i minatori.”
V giorno – Il Papa: “faciamo prekiera ai minatori ke in kvesti ciorni zono vicini al tiavolo!!”
VI giorno – cala l’audience, una finestra in Chi l’ha visto e da Barbara d’Urso, che intervista i figli dei minatori: “dimmi, ti manca papà?”
Dall’ottavo al trentesimo giorno falliscono tutti i tentativi di Bertolaso, che viene nominato così capo mondiale della protezione civile.
Passato un mese, i minatori escono per fatti loro dalla miniera, scavando con le mani.
Un anno dopo, i 33 minatori, già licenziati, vengono incriminati per danneggiamento del sito minerario.

Ma è successo in Cile…