Un piccolo crocifisso di legno, lungo appena 42 centimetri, datato intorno all’anno 1500. Perfetto. Può essere iscritto dentro un cerchio e il centro del cerchio è l’ombelico del Cristo. L’ha scolpito Michelangelo Buonarroti. Un piccolo crocifisso. Anzi due piccoli crocifissi. In apparenza identici. Ma solo in uno dei due quell’ombelico è il centro di quel cerchio. Di uno di quei crocifissi si sa quasi tutto. Apparve una decina di anni fa nelle mani di un noto antiquario torinese, Giancarlo Gallino, che sosteneva di averlo acquistato da una misteriosa famiglia fiorentina. Lo fece valutare, molti autorevoli critici attribuirono l’opera a Michelangelo. Furono talmente convincenti che quando Sandro Bondi divenne ministro dei Beni culturali mise un’opzione per l’opera. E poi l’acquistò, per 3,2 milioni di euro anche se l’unica tranche pagata subito all’antiquario torinese fu l’anticipo da un milione di euro. La scoperta di quel crocifisso entusiasmò tutti. Gianfranco Fini volle esporlo subito alla Camera dei deputati nella sala della Regina. Lo videro migliaia di visitatori. Anche famosi critici, che osservatolo bene iniziarono ad avanzare dubbi sempre più consistenti: Michelangelo non c’entrava, quel crocifisso forse era un falso. Al massimo- disse uno- poteva valere 300 mila euro. Lo Stato si era preso un gran bidone. Sono bastate le voci, ed ecco scendere in campo le procure: quella di Roma, quella di Torino. E anche la Corte dei Conti, inchiesta per danno erariale nei confronti di Bondi. Quel che tutti però non sapevano è che il crocifisso di Michelangelo esistesse davvero. Scolpito quando lui aveva poco più di venti anni, ma la mano del maestro era già quella nota. E che in ogni caso, veri o falsi i crocifissi spuntati fuori quasi in contemporanea fossero due.L’altro crocifisso di Michelangelo, forse quello buono, emerge misteriosamente da uno dei faldoni più sperduti dell’inchiesta sulla cricca degli appalti pubblici appena depositato a Perugia. Emerge perché legato a quel crocifisso c’è un bonifico da 180 mila euro partito da un conto corrente dello Ior e disposto da Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici e personaggio centrale dell’inchiesta sulla cricca. Il bonifico interessa oggi a Perugia, ma tutta la storia del secondo crocifisso si è dipanata lungo quattro anni almeno e ha attraversato senza che si rendessero conto della storia alla Dan Brown che ne emergeva di fronte a più di una procura, e soprattutto alla procura che più o meno è incappata davanti a ogni mistero di Italia in questi anni: quella di potenza, all’epoca del pm John Woodcock.Tutto nacque nel lontano febbraio 2006, quando in seguito ad anomali spostamenti di denaro sui conti correnti vaticani, la gendarmeria della Santa Sede e il posto di polizia vaticano convocano per avere chiarimenti un monsignore di non seconda importanza in Curia: Francesco Camaldo, decano dei cerimonieri della Santa Sede. E’ dalla sua bocca che i poliziotti apprendono una storia che ha dell’incredibile. Camaldo racconta che qualche anno prima stava facendo un corso di preparazione al matrimonio alla figlia del proprietario di un notissimo ristorante romano, il Matriciano e naturalmente al suo futuro sposo, un avvocato. Tra una lezione e l’altra capitava che papà ristoratore invitasse il monsignore a fermarsi a cena nel locale. E a quel tavolo Camaldo fece conoscenze interessanti. Prima di tutte quella di Giuseppe Pizza, attuale sottosegretario all’Università, a che a monsignore apparve uomo di grandissima cultura. Poi quella di Giacomo Maria Ugolini, ambasciatore della Repubblica di San Marino presso la Repubblica araba di Egitto e il regno hascemita di Giordania. Mangia che ti mangia, le conoscenze si rafforzano, diventano quasi amicizie. Un giorno l’ambasciatore Ugolini preso da un trasporto di generosità annuncia a monsignor Camaldo: “ho un bene prezioso con me, un Cristo crocifisso scolpito da Michelangelo. Lo ebbi anni fa dal sua Beatitudine Maximus Quinto, patriarca greco-melkita-cattolico di Gerusalemme. Vorrei donarlo al Papa”. Monsignor Camaldo si emozionò, ancora di più quando seppe che la paternità michelangiolesca era stata controfirmata da uno dei massimi esperti vaticani del Buonarrotti: il gesuita Heinrich Pfeiffer, professore della Gregoriana. La preziosa opera d’arte fu anche mostrata a monsignor Camaldo e a Giuseppe Pizza, tirato fuori da un caveau all’Eur in cui era custodito. Ma il dono non arrivò. Perché l’ambasciatore Ugolini ci ripensò. Tornò da Camaldo e disse: “vorrei tanto costruire una fondazione per l’incontro fra le religioni. Ho visto anche una villa vicino a Marino che mi sembra il posto adatto. Costa cara. E io non ho beni, se non quel crocifisso. Mi serve per reperire i fondi necessari”. La villa era appartenuta a Sofia Loren e Carlo Ponti, e fu lasciata alla figlia di quest’ultimo, Guendalina, un tempo socia e compagna di Valerio Veltroni, fratello di Walter, sindaco di Roma. Iniziarono le trattative, ma c’era un problema: Guendalina ebbe problemi finanziari e coprì di ipoteche quella villa. Bisognava toglierle. Se ne parlò fra amici come sempre a pranzo al Matriciano. Saltò su Giuseppe Pizza e disse: io ho la soluzione. Un fratello, Massimo, bravissimo a sbrogliare matasse di questo genere. E Massimo Pizza, misterioso personaggio che una volta si spaccia per agente del Sismi, un’altra per diplomatico somalo, altra ancora per generale dei carabinieri, scese in campo e sbrogliò la matassa da par suo. Tanto è che- lo raccontò monsignor Camaldo in numerosi interrogatori cui fu sottoposto in giro per l’Italia, ora raccolti nel faldone perugino- un giorno l’ambasciatore Ugolini andò in lacrime dall’amico alto prelato: “sono rovinato. Quel Pizza mi ha chiesto 380 mila euro in contanti per s brogliare la vicenda. Ed è sparito con i soldi. Vorrei morire”. Camaldo si commuove e dopo qualche settimana arriva con una busta da UgoliniCamaldo dona una somma così importante a un ambasciatore da poco conosciuto? Camaldo resiste ai primi interrogatori: “carità di amici che non sanno cosa ho fatto delle loro somme”. Poi rivela: “me li ha donati un amico solo, Angelo Balducci”. Vero. Ma Balducci, interrogato dimostra anche con le carte in mano che il prestito a monsignor Camaldo era di 230 mila euro, di cui 180 mila di bonifico Ior su Ior. E gli altri 150 mila? Camaldo crolla al terzo interrogatorio: “li ho presi senza che lui lo sapesse a mio padre. I risparmi di una vita dopo 40 anni di insegnamento”. Tutti i risparmi di famiglia regalati all’ambasciatore insieme a un debito grosso come una casa con Balducci? Perché? Il cerimoniere del Papa non sa dare una risposta. Solo il suo buon cuore cristiano. Anche Balducci non sa dare una risposta. L’ambasciatore Ugolini ancora meno: muore prima dell’interrogatorio.Tutti i suoi beni, tutti i suoi debiti e perfino la fondazione che nel frattempo era stata creata a villa Ponti, e con essa il Cristo di Michelangelo, finiscono nelle mani del segretario di Ugolini, un poeta di scarse fortune : Angelo Boccardelli. Grazie a monsignor Camaldo viene combinato un incontro con monsignor Rino Fisichella, portando la preziosa opera d’arte. L’idea è quella di presentarla ufficialmente ai musei Vaticani in un convegno pubblico di grande clamore. Ma al convegno non arriva nessuno: Boccardelli non ha i soldi per gestire fondazione ed eredità Ugolini. Vende tutto, meno il Cristo di Michelangelo, a tale Cosimo Di Virgiglio. Sulle prime gli fa vedere il Cristo, spiegandogli della presentazione in Vaticano. Ma poi non si fida. E non sbaglia. Di Virgiglio viene arrestato con l’accusa di associazione mafiosa e si scopre che è legato alla n’drangheta. Ma sorpresa: si pente. E viene arrestato anche Boccardelli. Ma il crocifisso scompare. Dove è ? Il pentito della n’drangheta sostiene che Boccardelli lo aveva chiuso in un caveau di San Marino. Ma non salta fuori. Tutti i prelati coinvolti non ne sanno nulla. Il fratello di Pizza entra ed esce dalle inchieste. Viene perfino intercettato mentre con un’amica pensano di dare in pasto parte di questa storia a un conte grande amico del pm di Palermo Antonio Ingroia, perché di Camaldo e della cricca sarebbero amici autorevoli militari che “Ingroia non vede l’ora di incularsi”. Ma del crocifisso nessuno sa nulla. Finchè l’anno scorso non viene fatto sapere alla Dda di Reggio Calabria che il vero Crocifisso di Michelangelo (lo proverebbero gli expertise vaticani fatti in vista della presentazione ufficiale poi sfumata) è nelle mani del presidente del Rotary club di New York: Giorgio Hugo Balestrieri, ex P2, ex ufficiale della marina militare italiana, ex amico di Ugolini che si scopre essere uno dei più autorevoli gran maestri della massoneria sanmarinese. Ha le foto, le fa arrivare: il Cristo ce l’ha lui. In un caveau di una grande banca americana. Fino a dicembre scorso. Quando viene presentata una denuncia: il Cristo non c’è più. E’ di nuovo sparito. E con esso tutti i soldi di questa vicenda. Che fin qui ha spogliato il capo dei cerimonieri vaticani, suo papà, Angelo Balducci, il ministero dei beni culturali, la n’drangheta, i fratelli Pizza, le banche sanmarinesi. E non si capisce bene chi ha arricchito. Ma il vero Cristo di Michelangelo ha preso il volo. E chissà verso quali lidi. Un mistero assai più inquietante della intera storia della cricca.
A Bondi il bidone, agli amici della cricca il Crocifisso di Michelangelo
Una gola profonda di Fli svela i segreti dei giorni neri di Fini
di Inside
Man*
Bisognerebbe accendere un
cero a san Pier Ferdinando Casini. Non ci fosse stato lui avremmo passato un
Natale con il morale a terra, e chissà quanti di noi oggi sarebbero ancora lì,
nei gruppi di Futuro e Libertà per l’Italia. Senza Casini chissà quanti di noi
non avrebbero già preparato la valigia per riaccasarsi con il Cavaliere! Il
primo a saperlo è proprio Gianfranco Fini. Mi son o rimaste impresse le sue
parole pochi giorni prima di Natale: “sarò grato per sempre a Pier Ferdinando.
Se lui non ci avesse subito messo a disposizione il Terzo Polo dopo la disfatta
del 14 dicembre, si rischiava davvero di disgregare tutto…” . Io credo che senza
quel gesto di Casini il vero rischio sarebbe stato Gianfranco. Non posso
staccare dagli occhi la sua immagine pallida, inebetita dopo la conta dei voti
della Camera sulla sfiducia a Berlusconi. Peggio di un pugile suonato. L’ho
visto quel pomeriggio e anche la mattina dopo, e temevo davvero che lui non si
sarebbe ripreso e che noi saremmo affondati ad avventura appena iniziata. Era
incapace di reagire. Certo, la batosta è stata grande. Una scoppola che brucia,
anche perché era del tutto inattesa. Ero con lui il 9 dicembre quando in un
corridoio della presidenza abbiamo incontrato un amico comune, restato nel Pdl.
Fini l’ha guardato quasi con compassione e gli ha detto: “cosa farete da domani?
Se avrai bisogno di una mano, sappi che potrai sempre contare su di me”. Era
sicuro, Gianfranco, maledettamente sicuro di vincere la partita. Come dargli
torto? Anche all’assemblea del nostro gruppo quella certezza non era venuta
meno. Io credo che lui sia davvero crollato quando ha capito cosa avevano deciso
Silvano Moffa e Catia Polidori. Si era ormai capito che non avrebbe votato la
sfiducia Maria Grazia Siliquini, anche se non pensavamo sarebbe passata
dall’altra parte. Tutti la ricordavamo durante le nostre riunioni infervorarsi
più di tutti contro Silvio Berlusconi. Lo definiva “Lucky Berlusca”, storpiando
il nome di Lucky Luciano. Lei era forse la più esagitata di tutti contro il
premier. E la più calda tifosa di Fini. Me la ricordo bene a settembre, a
Mirabello, sul palco a incitare la folla che attendeva il leader mentre ritmava
“Fini, Fini, Fini!!!”. La Siliquini è stata una sorpresa per questo, ma alla
vigilia del voto avevamo capito che si stava sfilando. Lei è un tipo strano, è
passata in mezzo a tanti partiti, ha vissuto anche qualche disavventura (finì in
mezzo a un quasi dramma in Puglia: bruciò l’hotel in cui alloggiava e una
telecamera la riprese mentre usciva- salvandosi- fra le fiamme). Dicono che sarà
ripagata con un incarico all’Enel o qualcosa simile. Chissà… Comunque forse di
lei Gianfranco aveva intuito. Di Moffa e della Polidori proprio no, e ci è
rimasto malissimo. Ah, a proposito della Siliquini. E’ la cartina al tornasole
di quanto le apparenze ingannano. Lei, ex democristiana, in pubblico appariva
una delle più moderate. Nelle riunioni del gruppo era invece la più scalmanata.
L’esatto opposto di Italo Bocchino. In pubblico sembra un guerrigliero di Futuro
e Libertà. Nelle nostre riunioni interne è forse il più calmo e moderato di
tutti. E’ molto tattico, Italo. E si è rivelato anche un grandissimo
organizzatore, perché quel che c’è di Futuro e Libertà in gran parte l’ha
costruito lui. In poco tempo ha compiuto un vero miracolo. Ma è stato questo
miracolo che ci ha fatto perdere il senso delle proporzioni, e che probabilmente
ci ha drammaticamente illuso. Il miracolo l’abbiamo visto ai primi di novembre a
Bastia Umbra. C’era tutta questa Generazione Italia creata dal nulla da Italo,
in gran parte facendo uso di Internet.
Erano migliaia: 8-10 mila, non so quanti, ma davvero tanti. Tantissimi se poi si
pensa quanto sia difficile arrivare a Bastia Umbra. Non c’erano manco alberghi
in grado di ospitarli tutti, bisognava dormire a chilometri e chilometri di
distanza. Eppure erano tutti lì, entusiasti. E incazzati, incazzati neri con
Berlusconi. Mai vista una rabbia così. Il clima era davvero da piazzale Loreto e
per molti di noi è stata una sorpresa: giovanissimi, tanti 30-40 enni che
sembravano compassati professionisti e che forse non avevano mai fatto politica.
Credo che nessuno o pochi di loro appartenessero alla storia missina. Abbiano
creduto che quello fosse davvero lo specchio del,l’Italia che aveva voglia di
cambiare. E invece è stata una illusione. Perché forse erano davvero tutti lì.
Nelle settimane successive ognuno nel proprio territorio ha provato ad
allargare, a raccogliere militanti e magari qualche eletto negli enti locali.
Nulla. Non si riesce ad aumentare di uno. I nostri gruppi parlamentari sono
molto più rappresentativi di quel che si riesce a raccogliere in provincia.
Forse a Bastia Umbra abbiamo toccato l’apice, e da lì in poi tutto è divenuto
scivoloso. Perfino il comportamento di Gianfranco. Ne abbiamo discusso fra noi,
e molte volte non l’abbiamo proprio capito. Anzi, quel pomeriggio del 14
dicembre dicembre più di uno aveva intenzione di iniziare il processo: perché
mai nel famoso incontro con Giorgio Napolitano ha dato tutto quel tempio a
Berlusconi per riorganizzarsi? Quello è Berlusconi, mica uno qualsiasi. Come si
fa a dare un vantaggio così a chi ha al suo arco frecce come posti da
viceministro o da sottosegretario, poltrone in consiglio di amministrazione di
grandi società o enti pubblici? Come si fa? No, da lì in poi la strategia di
Fini è diventata proprio incomprensibile. Inspiegabile anche quel suo usare
come arieti i vari Bocchino, Fabio
Granata e Carmelo Briguglio (perché è Gianfranco a mandarli avanti, per
conquistarsi poi spazi di manovra…). Una disfatta. Che intendiamociantiberlusconiani nei nostri
gruppi ce ne saranno tre o quattro al massimo. Tutti gli altri hanno grande
rispetto per il presidente del Consiglio. Non dico che ne facciamo una malattia
come capita al povero Andrea Ronchi che in questa situazione ha conquistato una
gastrite permanente: sembra che giri con il cilicio addosso, tanto è sofferente.
Ma insomma, a molti di noi non piaceva diventare i killer di Berlusconi. Non è
capitato. E la barca regge. Grazie a san Pier Ferdinando. Certo, ora il leader è
lui. Toccano a lui le mosse. In tv cercano lui per capire, lo invitano nei tg e
nei talk show. E’ diventato centrale anche per noi. Ma intanto la barca non è
affondata. E possiamo ancora navigare.
* pseudonimo dietro cui si
cela un parlamentare di Futuro e Libertà
Alemanno pecca, Veltroni fa lo stesso ed è un eroe. Come De Benedetti, Ciampi, Amato, Rodotà, Di Pietro...
Che differenza c’è fra il
signor Giorgio Marinelli e il signor Luca Rotini? Nessuna: sono due dipendenti
dell’Azienda dei trasporti di Roma (Atac). Di più. entrambi hanno un papà
body-guard di altissimo livello. Il papà di Giorgio ha fatto il capo-scorta del
sindaco di Roma. Il papà di Luca pure. Eppure l’assunzione di Giorgio all’Atac è
diventata uno scandalo nazionale, un titolo da prima pagina. Quella di Luca una
curiosità da articoletto nelle pagine di cronaca locale. Perché la differenza
fra Giorgio e Luca non è nel posto di lavoro e nell’eventuale raccomandazione
ricevuta per ottenerlo grazie al lavoro di papà. La differenza fra i due sono i
sindaci a cui i papà facevano da caposcorta. Per Giorgio il sindaco di
riferimento è Gianni Alemanno. Per Luca Walter Veltroni. E che differenza c’è?
Tutta la differenza del mondo: Alemanno è di destra, Veltroni di sinistra. Di
più: Alemanno non è manco di quella destra che oggi è ammessa all’onore del
mondo e dell’alta società: quella che dicono presentabile, moderna, stilosa e
fighissima guidata dal cognato di Giancarlo Tulliani. No, Alemanno è di quella
destra brutta, sporca e cattiva che sta dalla parte di Silvio Berlusconi. E’ lì
il vero scandalo, non parentopoli. E’ nel peccato originale lo scandalo, non nel
raccomandare il figlio di un proprio collaboratore per fargli avere il posto
fisso. Perché se mai questo l’avesse fatto Alemanno, è scandalo, odiosa
prepotenza, prevaricazione dei deboli. Se invece l’avesse fatto Veltroni, che è
nato senza quel peccato originale, lo scandalo non c’è: sarà stata una debolezza
di cuore, un impeto di generosità, una battaglia giusta per fare avere a un
debole quel che altrimenti avrebbero negato.
Questa vicenda parallela,
che proprio in questo modo si è riflessa su gran parte della stampa per poi
circolare da lì nell’opinione pubblica, è il vero specchio di questo paese, ed è
anche il termometro più sincero del potere reale, quello che nemmeno un
ventennio berlusconiano è riuscito a scalfire.
L’Italia del Corrierone
della Sera (talvolta anche di Repubblica che però fa più fatica a spacciarsi per
terza e neutrale), della Stampa, di Confindustria, dei baroni universitari,
degli scrittori, dei cineasti, degli intellettuali, dei banchieri, dei
magistrati, dei salotti buoni, quella del potere vero, l’Italia regnante che ama
fingersi sopra e oltre ogni parte così da emettere giudizi e condanne che hanno
il timbro della divinità e della verità. Sì, la vicenda delle assunzioni
all’Atac di Roma è proprio il più limpido riflesso di quella piccola e potente
Italia che tutto decide e può, ma una sola cosa non è riuscita a dominare e usare a suo piacimento: l’avventura politica
di Berlusconi. Hanno provato a usarlo, cavalcarlo, dominarlo, metterlo in un
angolo, denigrarlo, distruggerlo. Ma non gliene è riuscita nemmeno una. Eppure
testardamente cercheranno ancora all’infinito. Tangentopoli, mafiopoli,
sessuopoli, wikileaksopoli, ora parentopoli: fanno la cose in grande, mica si
scherza. Ma lui è così coriaceo…
E’ che alla fine tanta
panna montata così per seppellire l’uomo fa sorridere i più. E Corrieroni,
banchieri, intellettuali, danno di matto. Perché gli italiani alla fine sono
meno fessi di quel che loro credono. Apri la Rai e guardi il professore di turno
che ospite della conduttrice alla moda scuote la testa. Lei lo provoca: “ma
professore, dove andremo a finire con questi comportamenti del presidente del
Consiglio?”. E lui, il professore Stefano Rodotà, dottrina pura dalle cui labbra
pendere: “Lo dico da intellettuale: in rovina, in rovina…”. Ma che intellettuale
e intellettuale superpartes: Rodotà è stato per lustri parlamentare del pci, poi
il primo presidente del Partito democratico della sinistra. Non c’è uomo di
parte più di lui. Ieri aprivi Radio radicale e sentivi all’ora di pranzo
un’intervista a Giuliano Amato che spiegava che “sa come sono i politici? I
politici parlano troppo..” e via con banalità su questi “politici”. Lo sentivi e
ti chiedevi: “ma che mestiere ha fatto Amato tutta la vita?”. Era l’ombra di
Bettino Craxi, e poi se ne è dimenticato. Era il premier che una notte si fregò
il sei per mille sul conto corrente di tutti gli italiani. E poi se ne è
dimenticato. Era il primo presidente dei Democratici di sinistra. E poi se ne è
dimenticato. E a forza di dimenticarsene è sempre buono da usare per strologare
su tutto, dal suo empireo super partes. Solo che lui dimentica. E con lui chi
vuole fare dimenticare. Ma gli italiani non dimenticano. Prendi in mano un
giornale e scopri che Carlo Azeglio Ciampi ha compiuto 90 anni e che è un padre
della Repubblica anche se quando questa veniva fondata lui era in tutt’altre
vicende affaccendato. Scopri anche che è un modello superpartes. Di più: è il
simbolo stesso di quello che oggi l’Italia che conta vorrebbe tanto: il governo
di responsabilità nazionale, un Super Ciampi premier. Per questo infastidisce
tanto la realtà: che con Ciampi al governo il suo ministro della Giustizia,
Giovanni Conso, graziò centinaia di mafiosi accogliendo la richiesta principale
di Cosa Nostra: revocare il carcere duro. Leggi che Ciampi si indigna, protesta
la sua innocenza e sostiene di avere graziato i peggiori killer della mafia a
sua insaputa. Bevendosela tutta così, che altro puoi dire se non che quel
governo allora fu di “irresponsabilità” nazionale, dove nessuno sapeva quel che
si faceva? Potresti dirlo, ma non lo dice nessuno. Perché anche Ciampi fu uomo
di parte, e della parte giusta: quella senza peccato originale. Prendi un altro
giornale a caso, Repubblica, e leggi articolesse grondanti indignazione sulle
relazioni strette fra Berlusconi e Mohammar Gheddafi. Ci si dimentica
naturalmente che quel giornale è di proprietà di uno gnomo naturalizzato
svizzero, Carlo De Benedetti, che alla fine degli anni Novanta ha deciso di
crearsi un piccolo impero nell’energia. E ha iniziato dal gas. Quello di
Gheddafi: 2 miliardi di metri cubi all’anno per 24 anni. Così passa la paura del
dittatore di Tripoli e anche un bel po’ di indignazione. Leggi giornali e
agenzie dell’Italia che conta e trovi altra grondante indignazione (l’Italia che
conta è sempre indignata speciale): quella per il mercato delle vacche dei
parlamentari. Il cognato di Tulliani che facendo il presidente della Camera, li
dovrebbe proteggere, li ha sbeffeggiati: siete al calciomercato della politica.
Ha stretto pure le labbra per non farsi scappare la parola fatidica di cui si
lamentava fino a poche ore prima: “Traditori!”. Ma la parola è scappata agli
Antonio Di Pietro e perfino ai giornalini che se l’erano presa con Libero per
avere definito così i finiani: “Traditori, traditori!”. Qui non è manco
questione di pesi e misure diverse: è proprio il concetto di tradimento che è
diverso. Noi si diceva “tradimento” per la beffa appioppata agli italiani: mi
voti per questo e una volta che ti ho preso il voto io faccio l’esatto opposto.
Per loro- per i Fini, i Di Pietro, i Bersani, i giornaloni, gli intellettuali,
che degli elettori e degli italiani se ne fregano assai, tradimento è verso il
leader-burattinaio che ha avuto fiducia in te, che ti ha scelto e messo nelle
liste elettorali portandoti lì. Ma è differenza da poco, come nel caso Atac:
troveranno sempre un professorone, un editorialista pronti a spiegare super
partes che se dici tu “tradire” è brutto sporco e cattivo. Se lo dicono altri è
giudizio equanime ed obiettivo, musica per la democrazia. Tanto il problema è
tutto lì: nel peccato originale.
Gattegna sfodera accuse di razzismo per un pezzo che non gli piace: Così banalizza la Shoah
Egregio Direttore,
sono rimasto stupito e
costernato nel leggere l’articolo “Talmud tradotto- Berlusconi soffia gli ebrei
a Fli” pubblicato da “Libero” l’8 dicembre scorso a firma di Franco Bechis.
E’ grave che un
professionista esperto cada in un errore tanto grossolano e che confonda
un’importante iniziativa culturale, la cui progettazione risale a diversi mesi
fa, con un presunto mercanteggiamento elettorale dell’ultima ora che non è mai
avvenuto e mai potrebbe avvenire.
Né l’autore dell’articolo né il giornale da lei
rappresentato possono ignorare che per la cultura del nostro Paese sarebbe un
grande arricchimento dotarsi della traduzione in italiano del Talmud, un’opera
monumentale e fondamentale non solo per gli ebrei ma per l’intera società.
Mi rivolgo a lei per
chiederle di riesaminare ciò che è stato pubblicato, tenendo presente che gli
ebrei italiani si sono sentiti gravemente offesi nella loro onorabilità e
preoccupati per la riproposizione di vecchi stereotipi che in passato hanno
prodotto tanti lutti e tanti orrori.
Sarebbe un gesto apprezzabile
se questa mia lettera fosse pubblicata sul giornale da lei diretto con il
dovuto risalto.
Avv. Renzo Gattegna
presidente Unione comunità ebraiche italiane
Caro avvocato Gattegna, sono
ebreo e italiano. E naturalmente non mi sento per nulla offeso da quel che ho
scritto e fatico non poco a comprendere come possa esserlo lei o chiunque
altro. Non ho mai scritto di un mercanteggiamento della comunità ebraica per il
finanziamento della traduzione italiana del Talmud. Né ha senso riferirsi a un
mercanteggiamento elettorale, visto che non si vota e la parola “elezioni” in
questo momento sembra tabù per chiunque. Ho solo scritto che la scelta (a
dicembre, non mesi fa) del governo italiano di trovare un finanziamento
straordinario di 5 milioni di euro per tradurre il Talmud avrebbe fatto piacere
all’Unione delle comunità ebraiche italiane. La sua lettera dice il contrario:
evidentemente mi sono sbagliato. O non le fa piacere il finanziamento, oppure
non le fa piacere che sia pubblico il nome del donatore: il governo di Silvio
Berlusconi. E’ libero di dispiacersi per quel che vuole. Non le consento però
da ebreo, appartenente a una famiglia perseguitata durante la seconda guerra
mondiale, in cui chi è sopravvissuto lo ha fatto perché riuscito a fuggire
lontano dal paese dove era nato, di banalizzare per una sua piccola polemica
una tragedia dell’umanità. Di quali stereotipi, di quali lutti e di quali
orrori va cianciando a proposito di un articolo sui finanziamenti alla ricerca?
Trovi una sola parola nel testo pubblicato che dia appiglio alla viltà con cui
lei replica. Mi stupisce che lei- per la carica che ricopre- possa brandire la
Shoah con tale banale leggerezza, solo per dire “Io ho ragione (ed è un suo
diritto), e se non mi dà ragione allora lei è un persecutore e perfino razzista
(e questa è solo ottusa prepotenza)”. Faccio il giornalista, pubblico notizie e
talvolta cerco di fornirne l’interpretazione. Può capitare di sbagliare o di
trovare chi non è d’accordo. Lei come tutti ha il diritto di replica o di
rettifica. Non di non abusarne, e tanto meno di offendere.
Franco Bechis
Berlusconi trova 5 milioni e lì dà alle comunità ebraiche per tradurre il Talmud
Gianfranco Fini ci ha
impiegato una vita per scrollarsi dalle spalle il passato e conquistarsi il
favore di una delle comunità più piccole, ma potenti del paese: quella ebraica.
Ci sono voluti anni di abiure e distacchi, pazienti lavori diplomatici degli
amici Alessandro Ruben e Giancarlo Elia Valori che furono alla base del suo
antico viaggio in Israele. A Silvio Berlusconi è bastato un secondo e quattro
righe di testo per conquistare da quella piccola, ma potente comunità non solo
simpatia, ma gratitudine e riconoscenza proprio un uno dei momenti più
difficili e delicati della vita del governo. Lo scorso tre dicembre infatti il
governo Berlusconi ha mandato in Senato a firma del ministro dell’Istruzione,
dell’Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini (fedelissima
berlusconiana) le scelte del ministero e dell’intero esecutivo per finanziare
in ogni settore la ricerca: dalla scienza alle lettere, dalle arti alla
tecnologia. La somma trovata, pur fra le pieghe dei tagli imposti da Giulio
Tremonti, è rilevante: un miliardo e 754 milioni di euro. Ed è anche più alta
di quella proposta l’anno precedente (era un miliardo e 628 milioni di euro),
contrariamente a quel che si dice in convegni non solo delle forze di
opposizione. E’ in quel fiume di fondi pubblici che spunta una decisione
piccola ma importantissima per la comunità ebraica: il fondo governativo per la
ricerca ha deciso di finanziare un progetto che il Cnr ha siglato con l’Unione
delle Comunità ebraiche italiane- Collegio rabbinico nazionale. Si mette a
disposizione un milione di euro per il 2011 e se ne garantiscono già altri
quattro milioni fino al 2015 (qualsiasi governo sarà tenuto a rispettare la
decisione) per “la traduzione integrale in lingua italiana, con commento e
testo originale a fronte, del Talmud, opera fondamentale e testo esclusivo
della cultura ebraica”. Il Talmud accanto alla Torah è il principale testo
sacro della tradizione ebraica ed è un’opera monumentale. Letteralmente la
parola Talmud significa “insegnamento” ed è in sostanza la “Torah orale”
rivelata sul monte Sinai a Mosè e da lui trasmessa di generazione in
generazione fino a quando non fu messa per iscritto da maestri e sapienti dopo
la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme, nel timore che gli israeliti
potessero scomparire. Scritto in aramaico è stato tradotto dal rabbino Adin
Steinsaltz in ebraico moderno, un lavoro che ha visto schierati con lui i
massimi esperti di testi sacri ebraici e che è durato 50 anni, con alcune
traduzioni terminate proprio in questo 2010. Quella traduzione ha naturalmente
contribuito a diffondere il Talmud fra gli ebrei di tutto il mondo in modo più
comprensibile di quanto non fosse avvenuto finora. Grazie al rabbino Steinsaltz
il testo sacro è stato tradotto più agevolmente anche in francese, russo,
tedesco e inglese. In italiano esistono solo alcune parzialissime traduzioni,
ma il lavoro sarà più semplice di quello di Steinsaltz perché basterà partire
dall’ebraico moderno e dalle interpretazioni del testo già adottate in questi
50 anni (era la parte più difficile). Vista la complessità dell’opera, non deve
stupire l’impegno finanziario per la traduzione in italiano (5 milioni di
euro), visto che per cinque anni dovrà lavorare una squadra di trenta
professionisti. La scelta del governo e del Cnr ha ovviamente scatenato
l’entusiasmo sia del rabbino capo di Roma, rav Riccardo di Segni sia del
direttore del collegio rabbinico, Gianfranco Di Segni (che è biologo molecolare
proprio al Cnr) secondo cui “con la traduzione si potrebbe rendere accessibile
ai più il talmud. Potrebbe essere un primo passo per spingere molte persone ad
intraprendere il difficile cammino dello studio dei trattati indispensabili per
comprendere la nostra realtà”.
Se il favore della comunità
ebraica italiana non è cosa da poco conto per Berlusconi in un momento
politicamente così delicato, nel decreto per la ricerca del 3 dicembre scorso
non ci sono solo le assegnazioni straordinarie al Cnr per il progetto Talmud,
ma anche altri piccoli e grandi finanziamenti molto significativi per la
ricerca: come i primi fondi per il progetto “bandiera Epigenomica” (costo di 30
milioni in tre anni) per “lo sviluppo della scienza genetica, con particolare
riferimento alla teoria del sequenziamento del Dna e del Rna”. A grandi
capitoli sarà comunque il Cnr il maggiore beneficiario dei fondi per la ricerca
(627 milioni di euro) seguito dall’Agenzia spaziale italiana (574 milioni),
dall’Istituto nazionale di fisica nucleare di Frascati (308 milioni di euro) e
dall’Istituto nazionale di astrofisica (103 milioni di euro). Sempre
nell’ambito del finanziamento al Cnr sono stati trovati anche 300 mila euro a
titolo di “contributo straordinario per attività di ricerche internazionali con
Israele nell’ambito del programma di ricerche Lens”.
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