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Berlusconi dilaga in Rai? Allora su Repubblica è uno tsunami!


Lo scandalo è stato scoperchiato ieri dal quotidiano di Ezio Mauro: Silvio Berlusconi dilaga nei tg. Secondo lo scoop di Repubblica nel mese di gennaio scorso Berlusconi ha totalizzato 402 minuti nei telegiornali Rai, battendo Giorgio Napolitano (secondo con 169 minuti) e surclassando Pierluigi Bersani (terzo con 72 minuti). Libero oggi è in grado di aggiungere scoop a scoop. Nel mese di gennaio 2011 Berlusconi non ha dilagato solo in tv. Ha dilagato proprio su Repubblica, il quotidiano diretto da Mauro. E’ stato il politico più nominato del mese con ben 1.007 citazioni in 30 giorni di articoli: ogni giorno negli articoli di Repubblica il nome di Berlusconi è apparso 35 volte. In due giorni di gennaio è stato citato 36 volte. E per 94 volte (tre volte al giorno) il nome di Berlusconi è apparso nei titoli del quotidiano o con il cognome, o con il nome “Silvio”, o con la funzione “premier”. Secondo posto anche qui per Napolitano: 244 citazioni in un mese e 32 titoli con il suo nome. Nella classifica di Repubblica il terzo posto a sorpresa spetta a Niki Vendola: ben 265 citazioni (più di Napolitano anche grazie a Checco Zalone), ma solo 26 titoli con il suo nome. E al quarto posto arriva finalmente Pierluigi Bersani, penalizzato evidentemente più da Mauro che da Augusto Minzolini e dal suo tg1: per lui 209 citazioni e 26 titoli dedicati. Questa volta i dati non sono dell’Osservatorio di Pavia, ma dell’Osservatorio Bincher (cioè di chi scrive) che ha compulsato la raccolta cartacea di Repubblica e ha trovato le citazioni grazie all’archivio informatico del quotidiano di Mauro. I due scoop per altro si equivalgono: la classifica dei più presenti è solo parzialmente diversa, e le proporzioni fra Berlusconi e gli altri sono assai simili. Un segreto però c’è: si chiama cronaca quotidiana. Se Repubblica come i Tg Rai hanno dato questo superspazio al presidente del Consiglio, è perché proprio a gennaio è esploso il caso Ruby: le perquisizioni alle Olgettine, i mandati di comparizione, l’autorizzazione a procedere inviata alla Camera, le centinaia di pagine di intercettazioni telefoniche e poi naturalmente anche la difesa di Berlusconi di fronte all’onda che lo stava travolgendo. Repubblica ha pubblicato, i tg Rai hanno mandato in onda: era la cronaca di gennaio. Anche un bambino può capire come tutto quello spazio ( i dati dell’osservatorio di Pavia citati non si riferiscono alle interviste o alle dichiarazioni, ma alla presenza complessiva di Berlusconi in tv anche come oggetto di notizia) non fosse un favore e tanto meno uno spot al premier, ma semmai l’esatto contrario. Tanto che quei titoli di giornale e di tg hanno fatto perdere in quel periodo al premier numerosi punti di consenso (poi parzialmente recuperati a febbraio). Oltre il caso Ruby fra i titoli che riguardavano Berlusconi per altro c’era anche l’accusa di alcuni pentiti di mafia di essere stato lui il mandante delle stragi del 1992 e del 1993. Secondo Repubblica un altro spot indebito al cavaliere…
FOSCA BINCHER*

  1. * Oggi sul blog ospito una cara amica....

Come gli zombie... I partiti che erano sciolti e già morti, resuscitano e ci portano via 85 milioni di euro


E’ come in quei film in cui il caro estinto all’improvviso si sveglia, scopre di essere vivo e balza fuori dalla bara sano come un pesce. Come gli zombie, come nel ritorno dei morti viventi fra qualche giorno a luglio resusciteranno partiti politici di cui spesso ci si era scordata l’esistenza. E con loro perfino quelli di cui in pompa magna si era celebrato da tempo il funerale. Tutti pronti a correre con il cappello in mano all’ufficio tesoreria dei due rami del Parlamento. E riscuotere insieme un maxi assegno da 85 milioni di euro, gentilmente offerto da ignari contribuenti italiani. Poverini, loro sui giornali si leggono in queste settimane di lite e dispettucci fra chi vuole le correnti Pdl e chi le vede invece come fumo negli occhi. Altro che correnti, però! Nel partitone fondato da Silvio Berlusconi ci sono ancora due veri e propri cicloni: Forza Italia e Alleanza Nazionale. Li avevamo dati per morti entrambi, e invece fra pochi giorni usciranno entrambi dalla tomba per mettersi in tasca un assegnone uno da 25,7 milioni di euro e l’altro da 13,1 milioni di euro. Spunterà perfino una sigletta di cui ci si era ormai dimenticati: la Casa delle libertà. Con il vestitino di Cdl Trentino riscuoterà 280 mila euro. Il solito trattamento di favore per i cari estinti del governo? Macchè, gli zombie stanno per saltare fuori anche dalle fila dell’opposizione. Si materializzerà perfino quel fantasma di Romano Prodi che appena appare fa venire uno stranguglione sia all’attuale segretario del Pd, Pierluigi Bersani che al suo predecessore, Walter Veltroni. Perché dalla tomba sta per uscire nientemeno che l’Ulivo. Passerà alla cassa per ritirare un assegno da 16,1 milioni di euro. E sarà in  buona compagnia, perché per la manina terrà uno zombino, “Insieme con l’Unione” pronto a riscuotere un milione e 677 mila euro. A sinistra c’è addirittura da organizzare un festival del caro estinto. Perché oggi c’è il Pd, nato sulle ceneri dei Ds e della Margherita di Francesco Rutelli, con qualche mozzicone verde, qualche altro socialista e le intere truppe dei radicali. Dopo essere nato ha già divorziato da una parte di se stesso: Rutelli ha preso il volo e fondato l’Api, già tonificata dai rimborsi elettorali per le ultime regionali. Ma sotto la cenere c’è una moltitudine di morti viventi che sta per svegliarsi. Defunti i Ds? Noo. Sono morti che camminano e stanno per andare a incassare dal popolo italiano un assegnone da 9,3 milioni di euro. Defunta la Margherita? E chi l’ha detto? E’ solo sciolto quel partito. Ma esiste ancora e sta per prendersi un maxi-contributo da 6,1 milioni di euro. E radicali e socialisti? Un tempo si fusero insieme e diventarono la Rosa nel pugno, formazione politica tragicamente defunta ai suoi primi passi. Niente lacrime: risorgerà a luglio per prendersi il milione e 331 mila euro a cui ha ancora diritto. I verdi? Qualcuno di loro si è riciclato nel Pd, gli altri sono a spasso non più rappresentati in Parlamento. Morti però no: li tiene in vita un assegnone lì pronto ad essere sventolato, e sono ancora un milione e 54 mila euro.
Vi ricordate ancora di Fausto Bertinotti e del suo erede alla guida di Rifondazione comunista? No? Niente paura: loro si ricordano ancora di voi e del buon cuore di tutti i contribuenti italiani. Perché se l’avete dimenticato, fra pochi giorni girerete a Rifondazione comunista un bonifico da 6,98 milioni di euro. E siccome Oliviero Diliberto è scomparso più di loro, ma un po’ di invidia ancora la coltiva, passerà anche lui alla cassa. I suoi comunisti italiani hanno ancora diritto a mettere le mani su un piatto ricco dove troveranno un milione e 188 mila euro. Poco più di quelli restati per il povero Clemente Mastella che fosse stato per lui mai avrebbe celebrato il funerale della sua Udeur. Buone notizie: ha ancora da riscuotere un milione e 91 mila euro e l’estrema unzione può essere ancora rimandata.
Per fare 85 milioni- tutti sottratti alle tasche degli italiani nell’assoluto disinteresse di chi ha firmato la finanziaria del gran rigore- manca ancora qualche mancia che gentilmente bisogna offrire a mini-sigle forse nemmeno notate sui palcoscenici della politica. Ha diritto a 366 mila euro l’Unione estero. Poco più di quei 316 mila euro che finiranno nelle tasche dell’Unione-Svp. mancano all’appello 113 mila euro della Lista consumatori, altri 77 mila euro destinati al movimento politico “Per l’Italia-Tremaglia” che fa quasi rima e i poco meno di 34 mila euro dovuti a Forza Italia-An Valle D’Aosta, primo esperimento in laboratorio alpino di quel sarebbe diventato il Pdl. Tutti morti, ma con le tasche più vive che mai.

Compagni attori, vi copriamo d'oro! Statali, prrrrrrrr! La nuova strategia del Pd


Meglio avere un compagno attore ricco che uno statale di troppo fra i piedi. Il Pd ha deciso di divorziare definitivamente con la sua tradizione sindacalista e di sinistra gettando nella mischia della legge finanziaria un emendamento che nemmeno Renato Brunetta avrebbe mai immaginato nella sua guerra santa ai fannulloni. L’emendamento porta il numero 2.0.12 e la firma di Vincenzo Vita, ex sottosegretario alle comunicazioni, di Anna Maria Serafini (sposata con Piero Fassino), di Vittoria Franco e numerosi altri volti noti del Pd: Rusconi, Giaretta, Garavaglia, Marcucci, Procacci, Legnini e Mercatali. Lo scopo principale è quello di trovare risorse aggiuntive per finanziare il fondo unico dello spettacolo, soldi cioè da riversare su registi, attori, sceneggiatori, fondazioni liriche e teatranti vari che ne beneficiano ogni anno. Per rimediare ai tagli operati in regime di ristrettezza dal ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, il pd cerca di mettere sul piatto una fiche pesante, anzi, pesantissima. Cento milioni di euro aggiuntivi all’anno e per tutti i tre anni: fanno 300 milioni tondi tondi. Roba da premiare davvero fino in fondo quel Fabrizio Gifuni, il celebre attore ( e celebre figlio del segretario generale del Quirinale più potente della storia repubblicana) che ha risvegliato di fronte a Pierluigi Bersani l’assemblea del Pd chiamando gli astanti “compagni” e provocando applausi scroscianti mai visti su altri palchi professionali. Cento milioni sono tantissimi, anche per il Fus che non ne distribuisce pochi ogni anno. E il problema- quando si tratta di emendamenti alla legge finanziaria- è sempre lo stesso: dove trovare le risorse per fare contenti i compagni attori? Semplice, semplicissimo: nelle tasche degli statali. E’ un po’ la moda di quest’anno, come il ritorno dei “compagni” a sinistra, e se l’ha fatto Giulio Tremonti, anche il Pd può osare. Il modo è però un tanti nello brusco. Per non vedersi gli impiegati assediare la nuova sede del partito, Vita e gli altri hanno pensato prima di tutto a punire i dirigenti fannulloni. Ma non bastava. Allora via lo stipendio accessorio anche ai dirigenti che non cacciano via i fannulloni. Comprensibile e digeribile. Non bastava nemmeno questo. Allora “è fatto divieto di attribuire aumenti retributivi di qualsiasi genere ai dipendenti di uffici e strutture che siano stati individuati per grave inefficienza, improduttività lo sovradimensionamento dell’organico”. Sì, acqua fresca. L’aveva fatto anche Brunetta. E non basta per dare tutti i soldi che servono ai compagni attori. Ecco allora l’ideona: via buona parte della retribuzione ai dirigenti pubblici che non abbiano avviato “il procedimento disciplinare nei confronti dei dipendenti in esubero che rifiutino la mobilità”. E questo onestamente non l’aveva tentato nemmeno Brunetta. Perché pur dicendone di cotte e di crude agli statali, anche nel centro destra si sa che essere in esubero non è una colpa personale. E magari quando si hanno moglie e figli che vanno a scuola, trasferirsi a centinaia di km di distanza può non essere facile. Come difficile digerire anche di lavorare bene tutto il giorno e trovarsi in esubero. Non è una colpa, non è una mancanza. Ma per il Pd anche quegli statali andavano presi a frustate, perseguiti disciplinarmente. E tagliati gli stipendi dei loro capetti (lì è più facile e ci si sente la coscienza posto) che non li avevano frustati a dovere, magari avevano pure coperto i loro drammi familiari. Ma non è tempo di stare dietro ai diritti sindacali o alle questioni familiari dei travet. I compagni attori hanno bisogno di soldi pubblici per i loro film. Il biglietto lo paghino pure gli statali in esubero.

Ma quanto minacciano la Rai questi politici! Bersani l'ha fatto tante volte da sembrare un terrorista

Il Pd deve ringraziare che nessun procuratore di provincia ha provato a mettere ai suoi dirigenti il telefono sotto controllo. Altrimenti il partito oggi sarebbe travolto dalle inchieste su concussione e minacce nei confronti dell’Autorità di garanzia nelle comunicazioni. Perché è proprio il partito di Pierluigi Bersani (e le formazioni politiche che hanno originato il Pd) quello che negli anni della par condicio più di tutti ha provato a fare mettere il bavaglio a trasmissioni televisive e perfino ad articoli di giornale che non ne tessevano le lodi. Per 98 volte il Pd o suoi singoli esponenti hanno presentato esposti all’Authority, ed è un record assoluto. Perché al secondo posto figurano i radicali (alleati del Pd) che per 70 volte hanno cercato di mettere il bavaglio a tv e giornali. Le attuali opposizioni da quando esiste la par condicio hanno tentato questa “minaccia” 190 volte, il Pdl (e in qualche caso Silvio Berlusconi come singolo firmatario) ci ha provato solo 27 volte, e visto che la Lega è caduta in tentazione altre 9 volte, l’attuale governo lo ha fatto 36 volte. A ragionare come i giudici di Trani, la maggioranza ha minacciato la libertà di stampa una volta ogni cinque minacce degli avversari. Vero che Michele Santoro è stato uno dei bersagli preferiti: 27 minacce politiche contro i programmi da lui condotti. Ma anche qui c’è una sorpresa: nove volte da Berlusconi & c e 13 volte dal centrosinistra che avrebbe dovuto incensarlo. Altra vittima eccellente della politica è stato Bruno Vespa: ha incassato in questi anni 21 minacce, 16 delle quali provenienti dal centrosinistra. Terzo posto per Emilio Fede, con 16 minacce, quasi tutte provenienti dalle fila di Pd, radicali e dintorni. Se si guardano invece le aziende, non c’è proprio par condicio: 147 volte minacciata la Rai, 90 volte Mediaset e 17 volte La7. Fra le principali vittime, grazie alla rilevanza avuta durante le amministrative, la TgR Rai, con 16 minacce rivolte, 7 dal centro destra e 6 dal centrosinistra. Nel mirino delle pressioni sulla par condicio anche la stampa quotidiana, minacciata ben 236 volte. In testa i quotidiani Finegil del gruppo Espresso a pari merito con Il Messaggero (21 minacce ciascuno), seguiti da Il Giornale (20 minacce), dal Resto del Carlino (19 minacce), dal Corriere della Sera (17 minacce) e da Repubblica (13 minacce). Ma se in tanti fanno la faccia feroce e mostrano i denti, il risultato non è poi diverso da quello emerso dalle telefonate di Trani fra Berlusconi e il commissario dell’Authority tlc, Giancarlo Innocenzi: un buco nell’acqua. Nel 75 per cento dei casi di minaccia l’autorità di garanzia nelle comunicazioni infatti se la cava con un’alzata di spalle: archivia o dichiara manifestamente infondati i rilievi. In un caso su quattro invece interviene, quasi sempre per chiedere al presunto colpevole di sanare autonomamente la possibile violazione di parità di condizioni fra le forze politiche. Anche qui di solito la riparazione avviene subito. In caso contrario l’Autorità dà una bella tiratina di orecchie al colpevole e tutto finisce a tarallucci e vino. In pochissimi casi arriva davvero la punizione voluta da chi aveva minacciato. Si contano 12 casi dal 1994 (quando l’autorità non esisteva e c’era ancora il Garante unico). Sette volte la sberla è arrivata a Mediaset e cinque volte alla Rai. Si strapperà i capelli, ma la vera vittima delle minacce, non è Michele Santoro. Il più colpito da frustate dei politici concessori è infatti Emilio Fede con il suo straordinario Tg4, che dal 1994 ad oggi si è visto comminare sanzioni per 850 mila euro (con decisioni talvolta ribaltate in pretura o davanti al Tar). Il povero Santoro vale come vittima tanto quanto Irene Pivetti: 150 mila euro a testa. L’ex deputato leghista si è presa la sanzione minacciata in unica soluzione: nel 2006 per un programma su Rete 4. Santoro invece per fare 150 mila euro ci ha messo otto anni. I primi centomila sono arrivati nel 2001 per una puntata del Raggio Verde in cui aveva linciato senza contraddittorio Marcello Dell’Utri. Gli altri sono stati aggiunti nel 2009 per una puntata di Annozero punita per la presenza di Beppe Grillo che insultava senza freno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il senatore Pd nonchè celebre oncologo Umberto Veronesi. Due uomini politici nati e cresciuti nel centro sinistra.

E' Bersani il più coccolato dai Tg Rai

L’allarme è stato lanciato ieri dalle colonne di Repubblica: “Il Pdl invade i Tg Rai” e Silvio Berlusconi naturalmente li guida e presiede. E giù una serie di dati attribuiti all’Authority per le telecomunicazioni per testimoniare la preoccupazione dell’organismo di garanzia per presunte ripetute violazioni della par condicio. Ma i dati reali offrono un quadro diametralmente opposto. Nei telegiornali Rai viene sostanzialmente rispettato l’equilibrio che da anni governa la par condicio: un terzo del tempo al governo, un terzo alla sua maggioranza e un terzo all’opposizione. Se squilibrio c’è è proprio a favore di Pd-Idv e Udc. Nella settimana dal 28 febbraio al 6 marzo scorso, quella successiva alla presentazione delle liste, con tutto il caos che ne è venuto, il governo e il suo presidente hanno ottenuto sui Tg Rai non un terzo, ma un sesto o un settimo dello spazio a disposizione. Maggioranza e opposizione sono in perfetta par condicio sul Tg1 (28,72% l’una e 28,12% l’altra). Su tutti gli altri Tg ha spazio oltre misura l’opposizione, in vantaggio di 3,2 punti sul Tg2, di 6,3 punti sul Tg3 e dei quasi 12 punti su Rai news 24. Nelle due settimane precedenti di campagna elettorale, con le liste non ancora presentate, il governo ha avuto più spazio, con un eccesso di presenza sul Tg2 e un difetto sul Tg3. Quanto ai rapporti fra maggioranza e opposizione, Pdl e soci erano in vantaggio di un punto e mezzo sul Tg1 e in svantaggio di due punti e mezzo sul Tg2. Assai rilevante invece la violazione della par condicio su Tg3 (quasi venti punti percentuali regalati in più all’opposizione rispetto alla maggioranza) e su Rai news 24 (29 punti percentuali in più all’opposizione). La preoccupazione dell’Authoprity per lo squilibrio dunque riguarda l’eccesso di amore (proibito in campagna elettorale) di Tg3 e Rai news 24 nei confronti di Pd, Italia dei valori, radicali, verdi, sinistra e Udc. Per valutare la par condicio infatti un tempo la commissione di vigilanza e da quando è nata l’Authority prendono in considerazione il tempo di parola, e cioè le interviste e le dichiarazioni di tutti i protagonisti della politica trasmesse in diretta o riassunte dal conduttore o dal giornalista specializzato. Non fa fede invece il cosiddetto “tempo di notizia”, quello per cui un politico o un partito è oggetto e non soggetto della notizia trasmessa. Ad esempio nel caso del processo Mills tutto il tempo dedicato alla notizia è attribuito al Pdl e a Silvio Berlusconi, e non potrebbe essere considerato un favore. Altro esempio: se Antonio Di Pietro viene intervistato per un minuto da un tg e dice che Berlusconi è un corrotto, un mafioso e un bandito, quel minuto viene calcolato nel tempo di parola a favore di Di Pietro e nel tempo di notizia a favore di Berlusconi. Per questo il tempo di notizia (che per altro è giustamente dettato dalla cronaca) non vale ai fini della par condicio. Quello di parola dice invece che l’invasione dei Tg di Stato finora è stata di Pierluigi Bersani & c

Tanto loro ne pagano pochissime. Ecco perché i mandarini di palazzo snobbano il taglio delle tasse

L’unica cosa importante l’hanno già ottenuta da tempo: il fisco non mette le mani nelle loro tasche. Sarà per questo che Pierluigi Bersani, Antonio Di Pietro ed Enrico Letta fanno spallucce alla riforma fiscale proposta da Silvio Berlusconi. Due sole aliquote, una del 23 per cento e una al 33 per cento oltre quei centomila euro che sono circa la metà di quel che guadagnano i Bersani, Di Pietro e Letta jr? Il magnifico trio appena sceso in campo contro l’abbassamento delle tasse se ne può allegramente infischiare: tutti e tre dovrebbero versare al fisco il 43% del loro reddito, più i contributi per assistenza e previdenza. Ma facendo parte della casta dei mandarini che le leggi le impone agli altri lasciando per sé un trattamento di lusso, i Bersani- Di Pietro e Letta jr all’erario girano il 17,36% di quel che davvero finisce nelle loro tasche, come capita per altro a chi è stato eletto alla Camera (e al Senato il fisco è ancora più leggero: 15,32%). Chi ha un reddito imponibile di 9 mila euro lordi all’anno, pari a 692 euro lordi al mese, paga in proporzione più tasse del segretario del Pd, del suo vicesegretario e dal padre-padrone dell’Italia dei valori: il 23 per cento. E’ per questo che i mandarini del centrosinistra, nati e cresciuti a palazzo dove vigono sempre regole speciali, non riescono a capire perché ci si lamenta delle tasse troppo alte. Non le devono pagare loro, non le devono pagare i loro amici, i collaboratori di una vita: in quel mondo le tasse un tempo non si pagavano del tutto, poi si è fatto finta di pagarle come tutti i comuni mortali. Così oggi i deputati si intascano netti ogni mese 5.486,58 euro, dopo avere pagato ritenute previdenziali di 784,14 euro, assistenziali di 526,66 euro, un contributo per l’assegno vitalizio di 1006,51 euro e Irpef per 3.899,75 euro. Così sembrerebbero come tutti gli altri. Ma poi si mettono in tasca ogni mese esentasse 4.003,11 euro di diaria, 4.190 euro netti “a titolo di rimborso forfetario per le spese inerenti il rapporto fra eletto ed elettore”, circa 1.100 euro al mese di rimborso per taxi che né Bersani né Letta né Di Pietro di solito prendono, e poco meno di 300 euro al mese netti a titolo di rimborso spese telefoniche. I senatori si intascano invece qualcosina in più, perché durante una delle varie auto-riduzioni della indennità sotto il pressing della protesta popolare, hanno girato la testa dall’altra parte lasciando che fossero solo i deputati a tirare un pochino la cinghia: prendono quindi 150 euro al mese più dei colleghi di base e rimborsi assai più generosi. E’ per questo che i mandarini della riforma fiscale non sentono proprio alcun bisogno...

Ci sono ancora 61 tasse di Bersani del 2006 che Berlusconi ha conservato e perfino aumentato

Una l’ha cancellata Silvio Berlusconi: l’Ici sulla prima casa. Cinque sono cadute per esaurimento naturale. Ma a 37 mesi dal loro varo sono ancora in vigore, qualcuna addirittura rinvigorita, 61 delle celebri 67 nuove tasse inventate nel 2006 dal governo di Romano Prodi, Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani. Le mise l’Ulivo, non le ha tolte più nessuno (perché introdurle è facilissimo, per il centro sinistra quasi una gioia, ma poi trovare le coperture per abolirle è sempre complicato e ci vuole coraggio). Anche se contro quelle 67 nuove tasse il 2 dicembre 2006 l’allora Casa delle Libertà portò in piazza a Roma due milioni di persone. Forse Bersani ha pensato di chiudere il problema facendo fuori dai vertici del suo partito e mettendo per un po’ in quarantena l’amico Visco (che lo ha comunque appoggiato nella corsa alla segreteria). Forse Berlusconi ha immaginato che fatta quella manifestazione e tornato al governo tutte sparissero di incanto. Forse i contribuenti italiani si sono perfino abituati e con i tempi che corrono pensano più a coprirsi le spalle dal rischio di nuove gabelle: non averne avute è già un piccolo successo. Ma le 61 tasse del 2006 sono tutte ancora lì a sfilare risorse preziose dal portafoglio degli italiani. Quel lontanissimo 2 dicembre non pochi dei simpatizzanti berlusconiani indossarono uno dei tanti gadget predisposti per l’occasione: una t-shirt con sopra scritto: “ 67 nuove tasse. Padoa… Schioppa. E io pure!”. Tremonti euforico pronosticò: “Ha ragione Berlusconi. Ci sarà molta gente. E' una Finanziaria che scontenta tanta, tanta, tanta gente, anche fra quelli che hanno votato a sinistra”. E davanti ai due milioni di persone anche il compassato futuro ministro dell’Economia sbottò euforico: “Solo un demente, come quello che sta adesso al governo, poteva pensare di fare più spesa pubblica con più tasse”. Poi si scusò: “Ho esagerato, ma siccome lui in passato mi ha dato del delinquente politico, me lo posso permettere”. Quello stessa euforia tre anni fa che sembrano più di una vita contagiava anche il leader numero due del centro destra, Gianfranco Fini, convinto che arringava la folla contro le supertasse pronosticando: “così la Cdl è destinata a vincere e a dimostrare che la sinistra sarà battuta, ne siamo certi”. Ma 37 mesi dopo le 61 tasse sono lì come un macigno, e nemmeno tutte come allora. Qualcuna è perfino peggiorata con il centro destra al governo, divenuta più pesante di quel che era grazie ad automatismi di cui tutti pèaiono essersi dimenticati, e non è certo bandiera da sventolare. L’Irpef più cara voluta da Vincenzo Visco è con le stesse aliquote introdotte nel 2006. Voleva aiutare i contribuenti con meno reddito, ma le menti del Nens (il centro studi di Visco e Bersani) e i tecnici dell’Ulivo sbagliarono tutti i calcoli. Così il fisco portò via una parte di stipendio perfino a chi guadagnava mille euro al mese e certo non poteva essere considerato un ricco da fare piangere. Le detrazioni che sostituirono il sistema di deduzioni introdotto da Tremonti non sono state più modificate. Il contributo di solidarietà sulle pensioni più alte allora avversato è restato in vigore fino alla sua scadenza naturale, a fine 2009. La possibilità per i comuni di aumentare l’addizionale Irpef non è stata revocata. La criticatissima tassa di scopo (Iscop) concessa agli enti locali per piccole opere pubbliche non è stata mai abolita (e viene oggi usata, sia pure da piccoli comuni: il più grande è Rimini). Tuoni e fulmini accompagnarono la decisione di Prodi & c di introdurre una addizionale di 50 centesimi a passeggero sui diritti di imbarco sugli aeromobili. Con il Pdl al governo non solo non è stata abolita, ma è aumentata di un ulteriore euro a passeggero per pagare la crisi Alitalia. Nulla è cambiato in meglio su rendite catastali, tariffe per il rilascio del visto di soggiorno, tassazione sui tabacchi lavorati, tasse ipotecarie che Prodi introdusse e aggravò e che i tecnici di Berlusconi inserirono nella lista dei 67 misfatti fiscali contro cui manifestare. Sono restate immutate le norme introdotte sul Tfr, mentre l’aumento della pressione contributiva che fece gridare allo scandalo il centro destra non solo non è stato abrogato, ma è stato addirittura aggravato e in modo sensibile. Proprio grazie a una norma contenuta nella legge Visco-Bersani nel 2006 l’aliquota per le gestioni degli artigiani e dei commercianti era del 19%. Oggi è del 20 per cento. Fu fatta salire al 23% l’aliquota contributiva per la gestione separata Inps per i lavoratori autonomi che esercitano attività professionale o di collaborazione e al 16% per gli altri iscritti. Nel 2009 la prima è schizzata al 25% (e al 26% dal primo gennaio 2010), la seconda al 17%. Un aumento secco della pressione contributiva, contro il popolo delle partite Iva, considerato da Bersani e Visco un nemico di classe, ma dimenticato anche dal centrodestra. Non l’unico caso. Perché l’elenco delle nuove tasse dimenticate da Berlusconi & c in questi primi 20 mesi di governo è lungo, e potrebbe simbolicamente culminare con quella nuova tassazione Visco sulle donazioni e le successioni che solo pochi anni prima il Cavaliere no tax (ormai un pallido ricordo) aveva inutilmente disintegrato: oggi però a comandare è il fisco- vampiro della sinistra, non quello liberal del centrodestra restato solo nell’inchiostro dei pamphlet e dei programmi elettorali. I 61 fantasmi di Prodi però ogni giorno continuano ad infilarsi nelle tasche degli italiani e a ricordare agli elettori di Berlusconi che di tempo non ne resta molto: il 2010 non può essere l’anno dei grandi disegni di riforma, ma finalmente l’anno delle forbici fiscali. Non inchiostro, ma meno tasse per tutti finalmente.

Il partito di Bersani è già vecchio. La politica deve staccare dalla Resistenza e dal risorgimento

Da un paio di mesi a questa parte Silvio Berlusconi ha un ambasciatore in più e probabilmente manco lo sa. Eppure è un fiore di ambasciatore, perché fa la spola fra la sua Perugia, dove Paolo Mancini, classe 1948, è Professore Ordinario di Sociologia delle Comunicazioni presso la Facoltà di Scienze Politiche, e Londra. Oxford University, Westminster università, London School of economics. Domani sarà al Reuter institute di Londra a fare da controparte a Carlo De Benedetti. “E mi ha chiamato già un altro conferenziere, John Loyd, credo preoccupato di riequilibrare quel che dirà l’ Ingegnere”. Conferenze, seminari, piccoli corsi universitari. Tutti su un solo tema: Berlusconi e la sua rivoluzione nella politica italiana e non solo. Ad Oxford ha appena tenuto un ciclo di seminari sul tema. Ad ottobre è stato l’ospite centrale in un lungo speciale della tv moscovita in lingua inglese (vista in tutto il mondo), Rt, dal titolo “Lo strano caso di Silvio Berlusconi”. Lo ha difeso con garbo e moderazione, anche sui temi più scivolosi, come la vicenda escort spiegando che questo in Italia è un problema per l’opinione pubblica e le gerarchie cattoliche, non per l’opinione pubblica in generale: perché semmai la maggiore parte degli italiani, ma anche dei russi, degli inglesi, dei francesi o degli spagnoli, vorrebbe essere al posto di Berlusconi Ed è curioso, perché il professore Mancini non è un tifoso del cavaliere. Anzi: in università raccontano venga dalle radici socialiste e sia un moderato di sinistra. Però studia, come racconta lui stesso a Libero il fenomeno politico del cavaliere. E lo esporta come materia davanti agli studenti britannici, spiegando come il modello Berlusconi, seguito da quello Blair e da quello Obama sia soprattutto una rivoluzione nel modo di fare politica e abbia travolto i partiti tradizionali su una via senza ritorno. “Vero”, spiega Mancini, “all’estero c’è un grande interesse verso il fenomeno politico Berlusconi. Ad Oxford il titolo del seminario che ho tenuto era “Behind of the common sense”, cioè al di là del senso comune. E infatti secondo me con il premier italiano c’è qualcosa di molto più importante del senso comune: ed è il mutamento radicale delle forme della politica”. Con lui, sostiene il professore perugino (che invero è nato a Foligno) si segna “la fine dei partiti tradizionali di massa, nel bene e nel male. Con Berlusconi ha preso una strada, con altri che sono seguiti ne ha preso diverse. Ma da lì è finito il modello del partito ideologico di massa”. Eppure quel modello in Italia è ancora forte, e vi pianta le sue radici anche il Pd di Pierluigi Bersani: “Non voglio attaccare dicendo questo”, si schermisce Mancini, “il nuovo partito della sinistra italiana., ma è certo che non avrà più spazio nelle forme che hanno ormai preso la democrazia e la politica. Forme che Berlusconi ha appunto riempito dei suoi contenuti e che Obama ha riempito di contenuti assai diversi. Ma non ha più futuro una forma ideologica di partito”. E cosa saranno allora i partiti del dopo Berlusconi? “Il fatto”, spiega Mancini, “è che ognuno vuole ritrovare se stesso, con la propria vita di ogni giorno, molto pragmatica, nella forma di un partito. Il valore ideologico c’è sempre di meno, è destinato a spegnersi”. Cioè? “Sono a Perugia, la famiglia di mia moglie viene dalle radici più consolidate della sinistra cattolica. Ma quando loro e quelli della loro generazione avranno terminato l’esperienza della resistenza, quando quella generazione sarà scomparsa, si porterà via con sé quelle radici. Mio figlio ad esempio vive una esperienza totalmente diversa, c’è poco da fare. Quei partiti, nonostante sforzi come quello di Bersani, sono assolutamente destinati a scomparire. Sopravviverà nell’area solo qualche esperienza totalmente diversa, pensi a cosa è stato ad esempio il Labour di Tony Blair…”

Ma che sciocchezza l'appello "io non userò lo scudo" firmato da Bersani e Franceschini

Domani metterò la mia firma sotto un bel manifesto impegnandomi a rifiutare fino alla fine dei miei giorni un parto cesareo. Che diamine! I figli devono nascere naturalmente. E se si soffre un po’ con il parto naturale, che importa a me? Sono un maschietto, non partorirò mai. Ecco, nella migliore delle ipotesi vale come la mia firma al manifesto anti-cesareo quella messa di gran carriera da Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino all’appello di un collega senatore del Pd “Non ci faremo scudo- Noi non utilizzeremo mai lo scudo fiscale”. Perché se non hanno in tutti questi anni tenuto all’estero i propri risparmi dando una fregatura al fisco italiano naturalmente non possono usare lo scudo fiscale, come io non potrei fare un parto cesareo. Se invece tutti loro sono evasori e all’improvviso hanno avuto un rigurgito di buona coscienza e sono disposti a rimpatriare i loro capitali pagando tutte le tasse, le more e le sanzioni dovute, giù il cappello. Ma non serve la firma a un appello. Sottoscrivano pubblicamente (davanti alle telecamere Rai, Paolo Garimberti e Sergio Zavoli obblighino anche il Tg1 di Augusto Minzolini ad essere presente) una liberatoria da concedere al direttore delle Agenzia delle Entrate. Franceschini, Bersani, Marino e tutti gli appellanti rinuncino all’anonimato concesso dallo scudo fiscale. Così se loro ne faranno uso, tutti i cittadini italiani sapranno che avranno predicato in un modo e razzolato in un altro. Finchè esiste l’anonimato siamo tutti buoni a dire “che schifo quello scudo fiscale, io non lo utilizzerò mai”. Tanto nessuno mai saprà se l’avremo usato o no. La proposta era stata lanciata da una firma di punta del Corrierone della Sera, Salvatore Bragantini, che da quelle colonne si era rivolto a governo e parlamentari con un appello “a tutti gli uomini pubblici: impegnatevi a non usare lo scudo”. Siccome nel Pd c’è un po’ di confusione e la sindrome di Stoccolma è sempre in agguato, presa la prima copia in edicola del Corriere, sono corsi tutti ad aderire all’appello senza pensare nemmeno un secondo a cosa volesse dire. “E se lo fa Antonio Di Pietro prima di noi?”.E così il senatore Pd Francesco Sanna è stato il primo a sottoscrivere, inviandolo al leader della sua corrente, Pierluigi Bersani. Scudo fiscale? Quello per cui abbiamo fatto una figuraccia con tutte quelle assenze in parlamento? Azz, firmo subito. E se Bersani firma, può essere da meno Franceschini? Naturalmente no. Due candidati su tre alla segreteria han firmato. Che fa Ignazio Marino? Tris. Firma pure lui. E già che c’è firma pure Pierferdinando Casini, che non si dica che l’Udc non fa opposizione a questo governo. Malati di appellite acuta, senza nemmeno capire in che groviglio si ficcavano, hanno firmato Enrico Letta, Marco Follini, Bruno Tabacci, Arturo Parisi, Vannino Chiti, Marianna Madia, Giorgio Tonini, Enzo Carra e decine di altri. Perfino l’Udc Mauro Libè, che fu uno degli assenti al voto finale sullo scudo fiscale. Possibile che decine di politici navigati non si rendano conto dell’assoluto non senso di un appello che dice “io non riporterò i miei soldi in Italia pagando una mini tassa”, se quei soldi fuori Italia non si sono tenuti frodando il fisco? Sembra impossibile, ma a parte il terrore per Di Pietro e per l’indignazione esplosa negli elettori del Pd per i comportamenti parlamentari dei loro rappresentanti, c’è forse un pizzico di cattiva coscienza in quella corsa alla firma inutile e addirittura controproducente. Perché la vicenda dello scudo fiscale ricorda molto da vicino quella di qualche anno fa del condono tombale di Giulio Tremonti. Anche allora le opposizioni insorsero, Ds e Margherita (poi divenuti Pd) usarono toni forti: “un favore fatto agli evasori e ai mafiosi”. Poi si scoprì che quelli che urlavano di più fecero il condono tombale. Lo utilizzarono le società editrici del Popolo e de l’Unità, le librerie Rinascita, quattro società dei Ds, gli Editori Riuniti (quelli che pubblicavano i libri di Marco Travaglio), perfino i Caaf Cgil del Lazio e della Basilicata. Quel condono che scandalizzava Romano Prodi fu utilizzato dalla Aquitania srl, società della moglie Flavia e dalla Sircana & partners del portavoce dell’Ulivo, Silvio Sircana. Lo fecero e alcuni di loro non pagarono nemmeno il poco dovuto. Si fecero rateizzare il condono, pagarono la prima rata e per le altre buonanotte al secchio. Quando oggi emerge che mancano in cassa ancora 5 miliardi di euro di vecchi condoni fiscali, ci sono anche loro. Quelli che si fanno belli con gli appelli e prendono tutti un po’ in giro.