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Clerici, la casalinga che fa Sanremo

Un po’ grazie alla famiglia di origine, un po’ grazie alla Rai che l’ha blindata con uno dei migliori contratti della sua storia. Ma una cosa è certa: Antonella Clerici il Festival di Sanremo se lo potrebbe guardare tranquillamente in poltrona da casa. Averebbe un solo imbarazzo: quale casa? Alla banca dati Sister del catasto italiano la Clerici di case ne ha più di un immobiliare. Basta battere il codice fiscale della bionda dal mattone d’oro per trovare la proprietà o la comproprietà di 41 fabbricati in tutta Italia. Il grosso, 32, sono in provincia di Milano, fra il capoluogo e Legnano, e in gran parte si tratta di appartamenti, cantine e garage in corso Magenta. Ma ce ne sono anche 4 nella provincia di Varese (Busto Arsizio), due in quella di Genova (Rapallo) e tre nella capitale. Appartamenti talvolta acquistati da sola, altre con la sorella, in altri casi ancora frutto dell’eredità e divisi con tutta la famiglia. Certo un discreto patrimonio immobiliare che potrebbe garantire alla Clerici un buon reddito anche in caso di assenza dai teleschermi pubblici. Eppure la conduttrice del Festival di Sanremo 2010 non perché era in grado di vivere nella bambagia ha perso la grinta nell’ultima trattativa economica con la Rai. Secondo fonti interne all’azienda è riuscita a spuntare proprio tutto quello che voleva fino all’ultimo centesimo. La sua annata vale 1,6 milioni di euro, prezzo da star assoluta anche per le generose casse della tv di Stato. Si dice che sia stata calcolato in 500 mila euro il cachet per il solo Sanremo, ma dall’azienda non arriva conferma né ufficiale né ufficiosa. Si sa invece che la formula contrattuale coinvolge la Clerici anche nelle decisioni sulle produzioni esterne e sugli altri contratti di collaborazione per la “Prova del cuoco”, tanto che almeno uno di rilievo è stato fortemente chiesto da lei. E si sa anche che nella trattativa la Clerici ha chiesto un risarcimento più che simbolico per i danni che avrebbe patito con l’interruzione dopo solo due puntate (quelle del 22 e del 29 settembre 2009) della seconda edizione di “Tutti pazzi per la tele”, crollata da una stagione all’altra dal 25% al 14% di share. Per le 6 puntate non andate in onda ha ottenuto un bonus risarcitorio da 120 mila euro, assai più elevato di quello che di norma si assegna (il 10% del compenso personale previsto) in caso di cancellazione improvvisa di show o programmi televisivi. Secondo quanto risulta a Libero per altro la Clerici ha chiesto di non incassare personalmente il risarcimento, ma di versare i 120 mila euro a una società milanese, la Oliver srl, con sede in piazza della Repubblica. La srl, che è attiva nel settore delle comunicazioni e delle partecipazioni immobiliari, risulta avere la proprietà di un immobile ad Ansedonia, vicino ad Orbetello (Argentario) ed è oggi interamente intestata alla psicologa Cristina Clerici, sorella di Antonella e sua “socia” anche nella proprietà di alcuni immobili. Ma fino al mese di marzo 2007 le quote della Oliver erano così divise: “90 per cento Antonella e 10 per cento Cristina Clerici”. Che il passaggio azionario sia stato più formalità che sostanza non lo indica solo la richiesta della conduttrice di Sanremo di versare quei 120 mila euro di risarcimento alla Oliver, ma il bilancio stesso della società. Quello chiuso al 31 dicembre 2008 indica ad esempio un debito da 748.494 euro “verso soci per finanziamenti infruttiferi”. La voce generica è così tradotta in nota: “si precisa che lo stesso è stato erogato da un socio e che il finanziamento è inteso non produttivo di interessi; lo stesso socio, pur avendo ceduto la sua partecipazione, ha concesso ulteriori facilitazioni creditizie alla società, incluse nella voce debiti verso altri (213.320 euro)”. Insomma, avendo un credito da circa un milione di euro nei confronti della Oliver srl , che ha un fatturato più o meno equivalente, Antonella ne è tuttora la titolare di fatto. Nonostante queste discrete possibilità, in più occasioni la Clerici ha preferito come tutti gli italiani farsi finanziare dalla banca di fiducia l’acquisto di casa attraverso l’erogazione di un mutuo. L’ha fatto per la prima volta nel 1992 a Milano, quando la Banca popolare di Verona le concesse un mutuo da 100 milioni di vecchie lire per comprare l’appartamento in largo Cairoli. E due volte con la Banca di Legnano per l’acquisto di due case a Roma. La prima nel 1999: 500 milioni di lire per comprare casa in via Cola di Rienzo, al centro del quartiere Prati. E la seconda alla fine del maggio scorso, quando lo stesso istituto di credito del paese natio ha concesso ad Antonella un mutuo ventennale da 2,3 milioni di euro (3,4 con gli interessi) per acquistare a Roma Nord, in via della Mendola, due appartamenti, uno da dieci vani e uno più o meno della metà.

Dalla Rai a Della Valle tutti incappati nel cracl Lehman

La lista è lunghissima, gli importi spesso a sei cifre- anche se in dollari. E’ un piccolo esercito quello degli italiani in fila con il cappello in mano per il fallimento della Lehman Brothers. Sono in tutto 678 quelli che entro la tgerza settimana di settembre hanno presentato domanda di risarcimento diretta o indiretta ai curatori fallimentari della banca americana che ha suonato il gong per la crisi finanziaria internazionale. Ci sono società, singole persone, manager e dipendenti della filiale italiana della Lehman. Quasi tutte le banche italiane, Banca Intesa, Monte dei Paschi, Unicredit, Ubi , Mediobanca e Banca popolare di Milano in testa. Lo Stato, in primis il ministero dell’Economia e le sue società controllate. Praticamente tutti i grandi gruppi imprenditoriali italiani: Fiat, De Benedetti, Berlusconi, Benetton, Ligresti, Pesenti, Telecom Italia, Ferrero, De Longhi, Della Valle e decine di altri. Il record ce l’ha il ramo italiano della Zurich life, con 194 milioni di dollari di crediti verso Lehman. Ma non scherzano nemmeno la Cassa depositi e prestiti con i suoi 133 milioni, Carimonte con 113 e Telecom Italia con 68 milioni. E’ già un caso politico l’esposizione della Regione Marche che chiede al fallimento 72,4 milioni di dollari dopo avere assicurato all’indomani del crack di avere una esposizione ridicola e rischiare al massimo due milioni di euro. E’ in buona compagnia, perché nella lista dei creditori ci sono anche altre due regioni, il Lazio e la Sicilia, che hanno presentato domanda tenendo riservato l’importo richiesto. Con una cifra non particolarmente alta, 526 mila dollari, c’è anche la Rai che è stata fra le prime società italiane a insinuarsi nel fallimento già nel gennaio 2009. A suscitare qualche perplessità più che l’importo è la documentazione allegata. A parte una lettera per rivendicare il dovujto firmata dal direttore degli affari legali dell’azienda di viale Mazzini, Rubens Esposito, una tabella elenca le 21 operazioni intercorse fra la tv pubblica italiana finanziata dal canone di tutti i cittadini e la Lehman brothers: alcune (11) riguardano finanziamenti- anche derivati- alla capogruppo, altre (10) la controllata Rai cinema. E’ quasi andata bene alla fine se sui 56 e oltre milioni di dollari di rapporti con Lehman Rai rischia di rimetterci solo una mezza milionata. Certo, anche personaggi che con la finanza ci sanno fare da una vita si sono bruciati le dita con Lehman. Ci è cascato Carlo De Benedetti con la sua Cir International sa, qualche guaio hanno subito perfino i suoi banchieri e commercialisti di fiducia, quei Segre che controllano la Bim di Torino. Fra le persone fisiche la più famosa ad avere presentato il conto è Andrea Della Valle- fratello di Diego e presidente uscente della Fiorentina- che con Lehman ha rimesso 3,5 milioni di dollari di investimenti personali. Mancano all’appello delle sue tasche sei strumenti finanziari sottoscritti fra il 2003 e il 2008, l’ultimo proprio alla vigilia del naufragio della banca americana. Ma anche questo non è un caso isolato. E d’altra parte al tribunale fallimentare di Milano la Lehman era stata inserita nel novembre 2007 dal presidente della sezione, Bartolomeo Quatraro, fra le società che potevano offrire i loro servizi ai creditori. Titoli e strumenti finanziari erano ritenuti dagli esperti altamente affidabili e quasi privi di rischio. Nell’elenco c’è più di un singolo investitore italiano che allega anche la lettera-beffa (una è di Banca Aletti, che ci ha rimesso non poco del suo) che all’improvviso comunicava al cliente che milioni di risparmi erano passati a valutazione di alto rischio. La settimana dopo quei soldi erano semplicemente svaniti insieme alle casse che i dipendenti della Lehman portavano in strada. Un capitolo a parte meritano le richieste di risarcimento presentate dagli stessi top manager e dirigenti del gruppo Lehman. In un un lungo elenco di poveri dipendenti che reclamano il dovuto: liquidazione e pagamento degli ultimi stipendi,. Svettano i 15 milioni di dollari chiesti da Ruggero Magnoni e le decine e decine di milioni vantati come crediti dai suoi colleghi. Vogliono perfino il pagamento dei bonus legati a maxi-operazioni con cui hanno piazzato derivati a banche, società ed enti pubblici in Italia. Bonus per avere messo nei guai più di un ente locale del loro paese.

Ma sì, mandiamo un vaffa alla Rai

Ma sì, mandiamolo questo vaffa alla Rai e al suo canone. Paolo Garimberti si indignerà, ma il modo per smettere legalmente di pagare il canone è spiegato perfino da lui sul sito ufficiale dell'azienda di viale Mazzini (http://www.abbonamenti.rai.it/Ordinari/IlCanoneOrdinari.aspx#DisdAbb) ed è un diritto di tutti i cittadini farlo. E credo sia giunto il momento per un segnale da inviare da più di una parte. C'è un caso Michele Santoro- Marco Travaglio, ma anche un caso Bruno Vespa, e di casi ormai ce ne sono a decine. Qui non è più questione di banale lottizzazione: in fondo quella in malo modo e con una forma per cui bisognava turarsi il naso, garantiva diritti di molti, quasi tutti. Rappresentava idee diverse, ma largamente diffuse. Ma oggi i veri partiti che hanno occupato la Rai non sono quelli palesemente rappresentati in Parlamento. L'informazione della tv di Stato e la sua programmazione di punta sono in mano al Partito dei magistrati, al Partito di Repubblica, al Partito di Mediaset e al Partito di questo o quel conduttore. Che cosa ha più di interesse pubblico una televisione così? Sì, è giunto il momento di dare davvero un segnale sul canone. Che faccia capire la lezione. La disdetta legale è un'arma politica finora poco utilizzata (ci ha pensato solo Beppe Grillo in passato), e che a parte i 5, 16 euro da versare per chiedere di sigillare il proprio televisore, comporta pochi disagi al cittadino che la fa: il giorno che mai davvero qualcuno venisse a mettere quei sigilli, basta andare a ripagare il canone per farseli togliere e tornare a guardare la tv come si vuole. Ma e qualche brivido freddo sarà corso sulla schiena dei tanti e tanti militanti e dirigenti e beneficiari del partitone Rai, magari l'andazzo attuale finirà. E allora mandiamolo questo vaffa alla Rai!

Io e il Tg1- Ho vinto la scommessa con Minzolini:impossibile portare uno come me in Rai...

So che non è bello parlare di sè, ma qualche mail da voi l'ho ricevuta a proposito della mia condizione professionale e quindi devo qualche risposta agli iscritti a questo blog e soprattutto ai tanti amici di Facebook a proposito di quello che hanno letto su di me in questi tempi su qualche giornale o sito Internet. Fra le tante, una aveva fondamento: l'ipotesi di un trasferimento al Tg1 come vicedirettore di Augusto Minzolini. Personalmente non ci ho mai creduto, ma sono amico di "Minzo" dal 1990, abbiamo fatto tante cose insieme e spesso ci siamo divertiti come matti. Ognuno ha il suo modo di interpretare il mestiere che facciamo, ma divertirsi lavorando è raro e io questa fortuna l'ho sempre avuta. Con Minzo, che è forse il giornalista italiano con più fiuto per la notizia e che ha una carica di simpatia umana straordinaria, lavorare sarebbe stato divertentissimo. Per cui gli ho detto "perchè no? Tanto non ci riuscirai mai. Io non sono digeribile dal grande corpaccione Rai". Minzo è uno tosto e se lo sfidi parte in quarta: "Ci riesco? Scommettiamo?". Scommessa fatta, e l'ho vinta io. E non perché lui non si sia applicato, battendosi anzi come un leone (auguro a tutti di avere un amico così, ne sono restato sorpreso anche io). Non sto a raccontarvi cosa è avvenuto in questi tre mesi, bisognerebbe pubblicarci un romanzo. Ma una cosa mi è stata chiara fin dall'inizio: salvo Minzo, lì non mi voleva nessuno. Dentro e fuori. Non pensavo di avere fatto girare le scatole a così tanta gente semplicemente raccontando giorno dopo giorno quel che apprendevo e pubblicandolo sui giornali dove ho lavorato. Ogni tanto me ne dimentico qualcuna, gli altri invece se le ricordano tutte. Giulio Tremonti che qualcosa in Rai conta (e che non so perché sostiene che qualsiasi cosa appaia su Italia Oggi, perfino le foto, sono irriverenti nei suoi confronti), era pronto a imbracciare il bazooka sparandomi se solo mi fossi avvicinato a viale Mazzini. Il suo consigliere Angelo Maria Petroni (e a lui sicuro, non ho mai fatto niente forse per dimenticanza, anzi, anni fa gli proposi pure di collaborare a Italia Oggi) aspettava solo il mio nome per impallinarlo. Paolo Garimberti ce l'aveva a morte con me (e lì non ricordo io, magari avrò scritto qualcosa di sgradito in passato), il sindacato voleva trasformarmi in un falò, la redazione non era felice, anzi...Minzo non si è fermato davanti a nulla, testone come è, e io l'ho lasciato fare (avvisando il mio editore attuale per questione di lealtà) osservando stupito tanta determinazione. Fino a lunedì mattina. Quando a poche ore dal voto in cda ho capito che non solo tutta la sua determinazione sarebbe stata inutile, ma insistendo avrebbe rischiato anche lui. E qui dovevo restituire la prova di amicizia e gli ho chiesto, insistendo per tre ore, di levare il mio nome dalle sue proposte. Alla fine l'ha fatto, dicendomene di tutti i colori, e proponendo 5 vice invece dei 6 cui aveva diritto. Hanno rinviato la pratica a giovedì,come è accaduto altre sei volte. Ma questa volta, senza me, passerà. Auguri a Minzo di cui non scorderò mai la prova di amicizia. Ma non gli condono il pranzo che abbiamo scommesso: l'ha persa, e le scommesse sono scommesse...

I Tg Rai pensano solo al palazzo

Nell’informazione Rai esiste solo il palazzo, tutto il resto d’Italia non trova che una pallida rappresentazione. Tre quarti delle interviste e delle dichiarazioni riportate nel Tg1, Tg2 e Tg3 sono riservate a membri del governo ed esponenti di partito di maggioranza e opposizione. Due terzi nelle trasmissioni giornalistiche di approfondimento, dagli speciali dei telegiornali ai vari contenitori di Bruno Vespa, Michele Santoro e Giovanni Floris. Sono clamorosi i dati sul pluralismo sociale censiti dall’autorità di garanzia per le comunicazioni guidata da Corrado Calabrò e indicano l’assenza quasi assoluta della maggioranza sociale del Paese nell’informazione della tv di Stato... Nel tg1 di Gianni Riotta (che da ieri è stato indicato come nuovo direttore del Sole 24 Ore) quasi l’80% dell’informazione del mese di gennaio è stata appaltata a dichiarazioni e interviste ad uomini politici italiani. Perfino il Vaticano (ma nel censimento c’è anche l’Angelus domenicale del Papa trasmesso in diretta per convenzione) si è dovuto accontentare del 4,19% riservato dal principale tg di informazione pubblica e del settimo posto (5,06%) nelle trasmissioni di rete. Se così accade a un soggetto ritenuto potere forte, addirittura secondo il neo presidente della tv di Stato, Paolo Garimberti, in grado di influenzare i palinsesti di viale Mazzini, figuratevi quale destino è riservato agli altri soggetti sociali. I sindacati contano solo sul Tg3 (ma hanno il 4,09%) e su Rete Tre (9,95%). Al mondo delle professioni solo il decimo posto in classifica sul Tg3 (1,78%) e sulla Rete due (2,42%). Nemmeno in classifica su tutte le altre reti e testate. Esponenti del mondo della cultura sostanzialmente assenti. Mondo dell’economia inesistente: si conta solo qualche rapida comparsa di imprenditori e banchieri al Tg1 (1,09%) e su Rai 3 (2,76%). Unica altra categoria vezzeggiata e cullata dall’informazione della tv di Stato è quella dei giornalisti, in genere esperti di politica, perché li si invita a fare domande al politico di turno. Più che una televisione di Stato i dati dell’Authority disegnano una tv aziendale di palazzo, dove tutto quel che capita al di fuori di quelle quattro mura non ha rilievo informativo. Perfino la politica estera è ridotta al lumicino, e la gran parte di Italia non può avere voce. E’ un quadro desolante che dovrebbe fare da riferimento per le decisioni che dovranno prendere Garimberti e il prossimo direttore generale della Rai, Mauro Masi... Franco Bechis

IN RAI NOMINE POLITICHE? Guai a pensarlo. Si offende "la persona" giuridica. Che vuole 2 milioni di danni

C'è qualcuno che ha mai sospettato che la nomina di un direttore di un Tg, di un manager, di un caporedattore Rai possa essere stata suggerita da rappresentanti della politica e delle istituzioni? Beh, si tenga stretto e segreto il suo sospetto, perché se reso pubblico offenderebbe la dignità della persona. Quale persona? La Rai, naturalmente, che è anche persona giuridica. Mi è arrivato infatti l'atto di citazione civile della Rai- Radiotelevisione italiana- che chiede 2 milioni di euro di anni per un articolo di Italia Oggi in cui si riportava un'indiscrezione sulle indicazioni di palazzo Chigi su alcune nomine Rai. Ecco i passaggi della citazione: "(...) E' noto che la dottrina e la giurisprudenza più attente ai valori della persona hanno elaborato da tempo- accanto al diritto al nome e all'immagine, alla vita e alla integrità fisica, nonché al diritto all'onore- il diritto all'identità personale, inteso come diritto alla verità personale e sostanziantesi nel diritto ad essere conosciuti per quello che realmente si è, quindi di essere rappresentati o narrati in modo veritiero (...) Come è ben noto anche le personalità giuridiche sono ricomprese fra i soggetti titolari di diritti della personalità e che pertanto, in particolare, anche esse sono legittimate a reagire alle lesioni dei diritti della reputazione e all'identità personale (...) Nell'articolo edito il 28 novembre 2007 si riferisce, in sostanza, che 'le più importanti nomine Rai'- vale a dire quella di Gianni Riotta a Direttore del Tg1 e quella di Maurizio Braccialarghe a Direttore del personale- sarebbero state 'determinate' da 'un bigliettino' che 'Angelone Rovati, il mitico amicone-consulente dell'attuale Presidente del Consiglio Romano Prodi', avrebbe 'consegnato al Direttore Generale di viale Mazzini, Claudio Cappon... su richiesta del presidente del Consiglio'. Il teorema, dunque, è inequivocabilmente quello a tenore del quale i ruoli più rilevanti nella Rai sarebbero attualmente ricoperti non già in base a considerazioni di merito, di effettive capacità e di idoneità a rivestirli, ma esclusivamente in base a diktat dell'attuale premier (...) Alla stregua di tutto quanto sopra, l'articolo in questione risulta gravemente lesivo del diritto all'identità personale della Rai, per contenere affermazioni non veritiere, nonché offensivo della reputazione della stessa, in quanto certamente idoneo a vulnerare la considerazione che il pubblico dei lettori ha di essa: invero, lo scritto del 28 novembre 2007 contiene- lo si ribadisce- inequivoco riferimento alla matrice esclusivamente politica della nomina del Direttore del Tg1 e del Direttore del personale della Rai, disancorata dunque da qualunque merito e supinamente recepita, ciò è certo devastante per l'immagine dell'odierna deducente presso il pubblico dei telespettatori..."

Da Italia Oggi in edicola/ BERLUSCONI AL TELEFONO NON HA DIRITTO ALLA PRIVACY

Silvio Berlusconi ha presentato al garante della privacy, Franco Pizzetti, un esposto contestando la pubblicazione su un sito internet del gruppo Espresso della registrazione audio di una sua telefonata con il direttore di Rai fiction, Agostino Saccà, risalente a poco più di un mese fa. Si tratta del colloquio, in parte già noto, in cui il leader dell'allora Forza Italia raccomandava al dirigente della tv di stato due attrici per una particina. Nella telefonata, che ItaliaOggi pubblica integralmente alle pagine 4 e 5, Berlusconi si lascia andare a considerazioni pesanti sui consiglieri di amministrazione Rai della Cdl e si crogiola nelle adulazioni di Saccà: «Mi scambiano per il Papa», dice gongolante. Nella telefonata oltre a raccomandare la messa in onda di una fiction su Federico Barbarossa che sta tanto a cuore di Umberto Bossi, Berlusconi chiede a Saccà di ricevere due attrici. Esordisce andando al sodo: «Allora ascoltami». Saccà, che è abbastanza furbo da capire che quella visita della Guardia di finanza nel suo ufficio qualche giorno prima porta qualche conseguenza (ad esempio quella di avere il telefono sotto controllo), risponde: «Lei è l’unica persona che non mi ha chiesto mai niente ... voglio dire ...». A Berlusconi, assai meno guardingo, devono tornare in mente le immagini estive, lui a Villa Certosa con cinque splendide fanciulle sulle ginocchia. E si bea con Saccà: « Io qualche volta di donne ... e ti chiedo ... perché ..». Il povero direttore di Rai Fiction, che non sa come fargli capire di avere il telefono sotto controllo, riprova: « Sì, ma mai...». Lo sventurato Berlusconi, ormai dimentico dell’esordio della telefonata in cui spiegava che la gente lo venera come il Papa, si cala nel nuovo look da superuomo, che va in giro con una t-shirt a due gradi sotto zero e con uno sguardo fa cadere ai suoi piedi mille femmine: «Io qualche volta di donne... e ti chiedo... perché... per sollevare il morale del capo...». Inutile il disperato, eroico tentativo di Saccà di allontanare quelle parole dell’appuntato in ascolto: « Eh, esatto, voglio dire ... ma, mi ha lasciato una libertà culturale di ... ideale totale .. voglio dire .. totale .. e questo lo sanno tutti » Fin qui il testo della telefonata più celebre dell’anno. Innocua forse dal punto di vista penale (se poggia solo su queste parole l’accusa di corruzione, Berlusconi ha ben poco di cui preoccuparsi), ma non inutile a descrivere ambienti, personaggi e costumi. Ha fondamento in questi come in altri casi il lamento del Cavaliere nei confronti di una magistratura così curiosa sopra e sotto le lenzuola della vita di un solo politico italiano. Basta andare a rileggere il diario di Paolo Murialdi che fu consigliere di amministrazione della Rai fra il 1993 e il 1994 per avere persone, fatti e addirittura date di analoghi comportamenti da parte di autorevoli esponenti del centrosinistra. Pressioni e interventi sulla gestione, sulla scelta dei direttori e dei conduttori tv vennero perfino da Claudio Petruccioli, che oggi finge di indignarsi da presidente Rai e allora- da politico- chiedeva o intimava. Vera questa storia dei due pesi e delle due misure, ma è talmente scoperta ed evidente che si trasforma in forza politica per Berlusconi: per gran parte d’Italia lui è sempre vittima. Detto questo, il ricorso al Garante della privacy appare fuori luogo. Porterà magari a un nuovo editto come quello che fu emanato ai tempi di Silvio Sircana e se così non fosse, finirebbe tritato dalle polemiche il povero Pizzetti, colpevole nel caso dei soliti due pesi e due misure. Scrisse all’epoca Mario Cervi sulla prima pagina de Il Giornale: «Per i personaggi pubblici, gratificati da mille privilegi, il diritto alla privacy deve ritenersi secondo molti - me incluso – attenuato fin quasi a scomparire. È troppo comodo crogiolarsi nel bozzolo dorato dei vip e poi rivendicare l’oscurità dei signori nessuno». Valeva per i Sircana o per i Piero Fassino, Nicola Latorre e Massimo D’Alema pizzicati al telefono con Giovanni Consorte, vale anche per Berlusconi. Che cosa dovrebbe essere protetto dalla privacy? Il fatto che un leader politico- per altro proprietario di tre tv- chieda a un dirigente di un’azienda mantenuta dal canone pagato da tutti gli italiani di produrre una fiction che sta tanto a cuore di Bossi, e di pagare una comparsata in telenovela a qualche bella donna che «tira su il morale del capo» o che è utile per convincere un senatore della maggioranza a passare dalla sua parte? Questi non sono fatti privati, ma pubblici. Come deve essere pubblico ogni aspetto della vita privata di chi si candida alla guida di un Paese. E’ così in Francia, in Gran Bretagna, in Olanda, in Spagna, negli Stati Uniti in cui fior di politici- ministri e presidenti in carica- hanno dovuto affrontare fatti per così dire privati in pubblico, giocandosi o meno la carriera. Sono gli elettori che poi sanno digerire o meno quelle rivelazioni. Ma a quel giudizio in democrazia bisogna sottoporsi...

DA ITALIA OGGI IN EDICOLA/ Berlusconi e le sue raccomandate

L'iscrizione nel registro degli indagati della procura di Napoli di Silvio Berlusconi con l'ipotesi di corruzione e soprattutto la divulgazione dei contenuti di alcune telefonate intercettate hanno improvvisamente riportato indietro di parecchio tempo il clima della politica. Con una pioggia di esposti e istanze degli indagati al ministro della giustizia Clemente Mastella (vittima peraltro in estate di analogo caso mediatico-giudiziario) e più di una pietra di inciampo al nuovo asse politico che si stava creando sull'asse fra il Cavaliere e il leader del Partito democratico, Walter Veltroni. Un caso esploso per la raccomandazione di quattro attrici in Rai da parte dell'uomo politico proprietario di tre reti tv...Sì, perché la vera domanda che nasce da quelle intercettazioni- al di là dell'eventuale rilievo penale (a prima vista assai scarso) è: ma perchè mai se a Berlusconi stava a cuore il destino professionale di questa o quell'attrice, non la raccomandava a Mediaset, dove avrebbe avuto voce in capitolo senza il rischio di scatenare polemiche politiche? Non ci fa una gran figura, proprio lui, il signor tv, il politico miliardario, a essere pizzicato come un qualsiasi portaborse mentre telefonava al dirigente Rai compiacente per piazzare la protagonista di una fiction e in qualche caso per favorire una semplice comparsata. Non solo perché proprio lui, che si vantava di pagare di tasca sua gli arredi di palazzo Chigi e la scorta per una sicurezza dovuta, alla fine scarica il piccolo piacere (personale o ad amici) sulle tasche degli italiani che pagano con il canone anche attrici e comparse. Ma semplicemente perché non lo si fa. E tanto meno dovrebbe farlo un leader politico che è stato presidente del Consiglio e l'ambizione di tornare ad esserlo. Questa premessa è doverosa per spazzare l'eccesso di lagna che sta circondando una vicenda giudiziaria probabilmente destinata a concludersi con un nulla di fatto. Perché certo non è simpatico per chi ne è vittima leggersi sulla stampa mozziconi di telefonate intercettate. Giusto invocare la privacy per i comuni cittadini italiani: è una battaglia di civiltà. Ma quella protezione degli aspetti anche personalissimi della vita privata non deve valere per nessun uomo politico, figurarsi se può essere invocata per un leader maximo come Berlusconi. Chi è parlamentare, chi orienta il voto del legislatore, chi- come il cavaliere- è stato presidente del Consiglio, ha esercitato un potere enorme sulla vita di tutti i cittadini. Varando leggi e stabilendo regole che -direttamente o indirettamente, stabiliscono che cosa sia lecito o meno fare anche nella vita privata, perfino nell'intimo, sotto le lenzuola, come si dice. Chi ha questo potere immenso e assai invadente (tanto più quando male esercitato), non può invocare per se stesso l'ombrello della privacy. Anzi: è un diritto, di chi vota e tanto più di chi non vota Berlusconi ma se lo è trovato presidente del Consiglio, conoscere i contenuti di quelle telefonate intercettate. Si tratta di mozziconi che ne stravolgono il senso? Berlusconi ha tutto il diritto di mandare a Napoli i suoi avvocati e reclamarne con urgenza il testo integrale. E il dovere poi di divulgarlo- naturalmente con tutte le spiegazioni del caso- a tutti. Queste stesse cose noi abbiamo scritto e ha invocato a gran voce la stampa cosiddetta di centrodestra, quando emerse la vicenda delle foto che ritraevano Silvio Sircana, portavoce del presidente del Consiglio, fermo in auto davanti a un transessuale in periferia di Roma. Non si poteva invocare la privacy allora, e reclamare “fuori tutta la verità”, e usare altro peso e altra misura oggi per Berlusconi. Può essere che qualcuno sulla vicenda giudiziaria abbia ricamato o voglia oggi ricamare tele politiche che ne sono estranee: ad esempio cercando di minare anche in questo modo l'asse fra Berlusconi e Veltroni. Il tentativo- se esiste- è destinato al fallimento, perché nessuno dei due sembra intenzionato a fermarsi per questo. Ma attaccare la magistratura sventolando il solito complotto delle toghe rosse non è buon inizio per questa Terza Repubblica della pacificazione generale che si vorrebbe costruire. Così come non porta lontano l'aggressione al giornalista, Giuseppe D'Avanzo, e al quotidiano, la Repubblica diretta da Ezio Mauro, che ha rivelato quelle telefonate con uno scoop davanti a cui togliersi il cappello. Le avessi avute io, non avrei esitato a darne resoconto ai lettori di Italia Oggi. Se anche quando pizzicati e se ne sarebbe fatto volentieri a meno, si affrontassero gli avvenimenti con tono pacato e molta trasparenza, i casi montati a soufflè si sgonfierebbero da . Resterebbe solo la sostanza. Ci auguriamo che dopo questa prima reazione con il pilota automatico innestato, Berlusconi sappia ricredersi, e rispettare come deve un leader politico, la libertà di stampa e l'autonomo dovere della magistratura...

RAI, IL MINOLI SCANDALIZZATO- Quando lo scandalo era lui

Le telefonate intercettate a Deborah Bergamini hanno scandalizzato un'anima sensibile come quella di Giovanni Minoli. Cui, durante un'intervista a L'Espresso in edicola, è perfino scesa una lacrimuccia: "Mi sono molto dispiaciuto per l'azienda e la sua credibilità, ma non sono affatto stupito. Da ben 14 anni viviamo polemiche e contrasti nati all'ombra del conflitto di interessi di Silvio Berlusconi...". Beh, 14 anni così! Buio piombo. Salvo uno spiraglio di luce. Aprile 1996. L'Ulivo appena vincitore delle elezioni. Romano Prodi, presidente del Consiglio in pectore, invitato a sostenere l'ultima fatica: un'intervista a Mixer, sbranato da Minoli che sa come si fa giornalismo indipendente e aggressivo. E infatti il terribile tele-giornalista presentò Prodi con queste parole: "Il buon professore, il manager, il politico, l'uomo delle speranze on the road e dell'Antitrust, del liberalismo temperato e del federalismo fiscale. L'antidivo per eccellenza, il leader che alle tele-risse preferisce le tele-riflessioni. Il sorriso è rassicurante, bonario e sereno. A tratti frutto di turbamento, spesso il risultato di un ragionamento. Gli occhi, roteanti e morbidi, parlano con le pupille, dialogano con le sopracciglia, comunicano con il cristallino. Le mani, più che gesticolare, dicono...". Chapeau!

Rovati- Riotta, un bigliettino che non cade dal cielo- Italia Oggi scrive un indiscreto, querelano Cappon, Rovati e mezzo mondo. Ecco la ricostruzione

Italia Oggi ha scritto mercoledì una indiscrezione che circolava fra importanti manager Rai sulle origini della nomina di Gianni Riotta al Tg1. Secondo la versione di un importante manager (la cui voce è distorta per coprire la fonte nel filmato qui messo a disposizione) poco prima di quella scelta sarebbe arrivato in Rai un bigliettino da parte della presidenza del Consiglio, compilato da Angelo Rovati, allora consulente di Romano Prodi. Ecco il testo pubblicato:

Rovati e il biglietto su riotta al tg1... IL CASO DEL GIORNO Il retroscena delle nomine Rai del governo Prodi Ancora Angelone Rovati, il mitico amico-consulente dell'attuale presidente del consiglio, Romano Prodi. Ancora un bigliettino, come quello spedito a Marco Tronchetti Provera sul piano Telecom che costò al povero Rovati il posto ufficiale a palazzo Chigi (non quello ufficioso). Beh, a sentire la versione fornita ad amici e colleghi da Marcello Del Bosco, dirigente diessino di lungo corso in Rai, sarebbe stato proprio un bigliettino di Rovati a determinare un anno fa le più importanti nomine della Rai. Secondo Del Bosco, considerato assai vicino a Massimo D'Alema, quel bigliettino sarebbe stato consegnato al direttore generale di viale Mazzini, Claudio Cappon, da Rovati su richiesta del presidente del consiglio. Sopra c'erano scritti solo due nomi. Il primo era quello di Gianni Riotta, che da lì a poco sarebbe stato nominato direttore del Tg1. Il secondo nome era quello di Maurizio Braccialarghe, già direttore generale della Sipra (concessionaria Rai della pubblicità) e in passato direttore della divisione radiofonica. Braccialarghe sarebbe stato nominato direttore del personale di viale Mazzini lo stesso giorno- 13 settembre 2006- di Riotta. Bigliettino Telecom e bigliettino Rai erano contemporanei...

Al testo è seguito annuncio di querela da parte di Claudio Cappon, direttore generale della Rai, il giorno stesso. In modo ufficioso ha fatto sapere di essere intenzionato a perseguire la stessa strada anche Marcello Del Bosco. Il giorno successivo, giovedì 29 novembre, da palazzo Chigi è stata fatta filtrare alle agenzie la medesima intenzione da parte di Angelo Rovati. Querelare è sempre un modo di minacciare la libertà di stampa. Ed è moda assai in voga. Si può smentire e io personalmente ho sempre dato il massimo spazio a chi lo ha fatto con civiltà (gli insulti no, visto che negli articoli contestati non ci sono). Giudichi chiunque la continenza dell'articolo contestato, l'interesse pubblico della notizia, e la sua veridicità ascoltando la ricostruzione di una fonte di alto livello. Ho storpiato la voce con il computer per non mettere in difficoltà eccessiva la fonte. In un eventuale processo per diffamazione (reato che esiste se non c'è continenza dello stile, interesse pubblico della notizia e veridicità dei fatti raccontati), naturalmente porterò con me l'originale...

Da Italia Oggi in edicola/ Clamorosa scoperta archeologica: in Rai hanno trovato una che è stata raccomandata

Ci sono voluti più di 50 anni, ma alla fine le lunghe ricerche hanno avuto successo: in Rai hanno scoperto che una dipendente è stata raccomandata. Addirittura lottizzata dall'ex presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Si chiama Debora Bergamini, fa il direttore marketing dell'azienda di viale Mazzini in cui è stata catapultata dopo un breve rodaggio come assistente di Berlusconi. Per fare emergere lo scandalo ci sono voluti naturalmente lunghi appostamenti e mesi, se non anni, di intercettazioni telefoniche e ambientali. E per rivelarlo a tutti la caparbietà di un pool di cronisti, quello di Repubblica, che hanno offerto la primizia accompagnata da commenti grondanti indignazione. Il caso Bergamini getta una macchia su una vita aziendale - quella della Rai - di tradizionale e fiera indipendenza dalla politica in genere e dai governi in carica. Fin dal giorno della sua fondazione la Rai è stata presa a modello da tutti i grandi network internazionali per una passione innata per le notizie e l'orgoglioso motto «il mio unico azionista è il telespettatore». Nelle scuole di giornalismo si citano sempre i celebri direttori del Tg unico, poi del Tg1, del Tg2, del Tg3, dei radiogiornali, delle testate satellitari per la schiena sempre dritta e il coraggio con cui si negarono al telefono e in caso contrario mandarono a quel paese presidenti del consiglio, da Alcide De Gasperi a Romano Prodi passando per i vari Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Bettino Craxi e - certo - anche Berlusconi. Solo qualche settimana fa si sono svolti nell'indifferenza generale i funerali di un ex direttore del tg, tale Enzo Biagi, licenziato dall'azienda di viale Mazzini perché fannullone e scarsamente preparato. Quando Ted Turner fondò la Cnn, per reclutare i giornalisti volle prendere ad esempio i celebri concorsi con cui si erano costruite nella lontana Italia fiori di redazioni giornalistiche invidiate in tutto il mondo: gente preparatasi a lungo sui libri, addestrata quasi militarmente a tenere dritta quella maledetta schiena. Alla Harvard business school esiste addirittura un corso di laurea dove si insegna il modello di governance della Rai: un consiglio di amministrazione indipendente, eletto dai telespettatori fra una rosa di candidati selezionata con criteri durissimi dalle principali università internazionali. Come fra le maglie strettissime di un sistema così consolidato abbia potuto infilarsi - forse di notte - una Bergamini è mistero che solo quel diavolo di Berlusconi potrebbe rivelare. Giusta l'indignazione generale. Appare fin poco la «class action» minacciata dall'Usigrai, il sindacato di quelli dalla schiena dritta. L'Italia non si meritava tanta vergogna. Vi pare?

CASO RAI, QUANTE FACCE DI TOLLA! VOGLIAMO CHIEDERE A CELLI?

Ma quante facce di tolla fra gli indignati commentatori delle intercettazioni sulla Rai! Perfino il sindacato interno dei giornalisti dell'azienda, il celebre Usigrai, che minaccia una class action contro i responsabili dell'inciucione aziendale con Mediaset... Scandalizzati, scandalizzatissimi degli stretti legami di qualche dirigente con il presidente del Consiglio dell'epoca, Silvio Berlusconi o il politico di turno. Infatti tutti, dal segretario dell'Usigrai in giù, nel sindacato dei giornalisti Rai essendo entrati per concorso e poi divenuti sordi, non hanno mai cercato raccomandazioni di sorta ascoltato il politico-sponsor che poi reclamava i suoi diritti. Non ce ne è uno di loro che ogni giorno prima di cercare una notizia non si faccia il giro delle sette chiese politiche per avere una raccomandazione. Non c'è uno di loro che sia divenuto conduttore, caposervizio, caporedattore, vicedirettore o direttore per meriti personali: ha sempre, in tutti i casi, telefonato il politico-sponsor a chi doveva prendere quella decisione. Non c'è una sola scaletta di Tg Rai che sia pensata per le esigenze del telespettatore: tutte decise a tavolino con lunghe riunioni di strategie politica su come fare risaltare o evitare di deprimere l'uomo politico del cuore. Non c'è un giornalista o un dirigente Rai che prima di tutto non pensi questo. Vogliamo chiedere a Pierluigi Celli, ex capo del personale ed ex direttore generale dell'azienda? Ora che è fuori dai giochi può anche esplicitare meglio quello che riservatamente ha già raccontato e velatamente ha scritto per allegorie. Vogliamo fare raccontare a Claudio Velardi cosa era contenuto nelle liste che inviava al direttore generale della Rai o ai consiglieri di amministrazione quando era il principale collaboratore di Massimo D'Alema? E allora fate un bella pernacchia quando sentite l'Usigrai tuonare: "via la politica dalla Rai!". Se così fosse bisognerebbe licenziare 1800 giornalisti...