Sciopero a prescindere- Lo strano caso della guerra alla Gelmini

Sono 1.500 in tutta Italia i maestri elementari che se non venissero recuperati dal tempo pieno fra un anno rischierebbero il posto di lavoro. Dei 10 mila che dovrebbero uscire dagli organici della scuola grazie all'introduzione del maestro unico (o prevalente come preferisce chiamarlo Silvio Berlusconi), ben 8.500 sarebbero comunque usciti andando a godersi la meritata pensione. Più che di licenziamenti, si tratta dunque di blocco del turnover. Sono queste le proporzioni del presunto cataclisma sociale contro cui dal 1° ottobre ci sono state 300 manifestazioni di piazza, cui è seguita l'occupazione di 150 scuole. Quella del maestro unico per altro è una delle poche misure già in vigore... Alle pagine 4 e 5 di oggi i lettori potranno trovare un tabellone che spiegherà esattamente- conseguenze pratiche comprese- che cosa è stato introdotto davvero nell’ordinamento scolastico dal ministro Mariastella Gelmini per ogni ordine e grado di scuole, che cosa di prevede di introdurre nei prossimi anni e perfino che cosa è contenuto nelle bozze di modifica circolate in questi giorni ma non ancora ufficializzate. Un esempio su tutti. Ieri mattina l’agitazione anti-riforma ha coinvolto molte scuole a Roma, fra queste numerosi licei classici e scientifici. In un liceo classico fra i più noti della capitale professori e studenti si sono riuniti in assemblea nella palestra dell’istituto. Circa mille persone presenti. Una professoressa ha preso il microfono e spiegato le ragioni della protesta invitando alunni e genitori a scendere in piazza il prossimo 30 ottobre, giorno del grande sciopero. Un invito, anche se di peso, provenendo da una insegnante che tiene lezione in più classi e sezioni. Un invito che quindi viene da chi ha il coltello dalla parte del manico. Un coraggioso studente ha provato a chiedere: “Scusi, professoressa, ma per noi di questo liceo classico, che cosa cambierà?”. L’insegnante non ha saputo rispondere “mi hanno mandato questa mattina il testo del decreto, e non l’ho ancora letto. In ogni caso solidarizziamo con la protesta delle elementari e dell’Università”. La professoressa quindi stava caldeggiando una sorta di sciopero a tavolino. Contro la Gelmini, di sicuro. Perché? Boh. Per ottenere che? Boh. La risposta che quella professoressa non sapeva dare è facile: per i licei, classici e scientifici, c’è una sola novità prevista dalla Gelmini: i libri di testo adottati non possono essere cambiati per almeno sei anni, salvo i necessari aggiornamenti. Scopo? Fare spendere un po’ meno le famiglie, calmierando i prezzi, visto che oggi ogni anno possono essere cambiati con un notevole aggravio di costi. Perché dovrebbe scioperare quei mille del liceo classico romano? Per pagare un po’ di più i libri di testo? Sì, perché tutto il resto è immutato. La Gelmini è un ministro neofita, forse fra le sue doti principali non ha brillantezza e tanto meno simpatia. La sua specialità non sembra essere quella della comunicazione. Non è aiutata nemmeno dal suo staff. Credo di avere fatto una domanda al suo portavoce sul maestro unico più di un mese fa. Sto ancora attendendo la risposta o per lo meno una telefonata. O anche solo la possibilità di essere preso al telefono quando chiamo. E’ capitato a molti colleghi, perché purtroppo il portavoce è preso da mille impegni e riunioni e non riesce a fare l’unica cosa necessaria: portare la voce del suo ministro. C’è una responsabilità obiettiva del governo nel caos comunicativo che riguarda la scuola, e perfino nel fatto che in migliaia scendono in piazza scandendo slogan per lamentarsi di provvedimenti mai varati e nemmeno immaginati. Ma non ci si può nascondere la strumentalità della protesta e l’evidente regia di chi ha colto il tallone di Achille dell’esecutivo per soffiare su un fuoco facile. Ricordo che ai primi di giugno un parlamentare dell’opposizione avvicinò alla Camera lo stesso ministro Gelmini consigliando “Cogli l’occasione, se devi fare la riforma della scuola, falla tutta subito. Tanto ci sarà comunque un autunno caldo. Qualsiasi cosa tu faccia, ad ottobre tutti in piazza. Tanto vale...”. Virtù profetiche ammirevoli, ma anche la vera chiave per capire quel che sta accadendo in queste ore, e ancora accadrà. Buttare benzina fra i ragazzi è l’operazione più facile del mondo, e non c’è bisogno di arruolare nemmeno gran parte dei professori: più che insegnanti sono militanti, e più che della cattedra spesso sono innamorati di una tribuna...

La scuola di Obama modello Gelmini

Via i professori fannulloni dalla scuola pubblica. Chiusura per gli istituti inefficienti e potenziamento di quelli migliori con i risparmi ottenuti. Mobilità per gli insegnanti costretti per fare carriera a passare per le sedi più disagiate in modo da non fare mancare qualità alle scuole di periferia. Attenzione, prima di scendere in piazza, occupare tutte le scuole e le università, coniare nuovi slogan contro Mariastella Gelmini e i suoi evidenti ispiratori: quel castiga-insegnanti di Renato Brunetta e il solito Giulio Tremonti dal braccino corto. Questo piano-scuola è a stelle e strisce. Porta la firma di uno dei beniamini sicuri dei manifestanti italiani: Barack Obama, candidato democratico alla presidenza Usa.. Certo, la scuola pubblica americana è in condizioni assai diverse e peggiori di quella italiana, ed è noto. Ma la ricetta per migliorarne gli standard contenuta nel piano appena presentato da Obama e dal suo vice Joe Biden e assai simile a quella contestatissima in Italia. Perfino nell'apertura alla scuola privata che come tutti sanno è di elevatissima qualità negli States. Al candidato democratico oggi in testa nei sondaggi dei principali istituti nella gara finale per la Casa Bianca è venuta in mente la stessa soluzione già sperimentata dalla Lombardia di Roberto Formigoni e da altre regioni italiane: il buono-scuola. La soluzione di Obama è quella di una detrazione fiscale di 4 mila dollari per consentire anche a chi ha meno possibilità l'iscrizione al college. In cambio gli studenti così premiati dovranno dedicare cento ore all'anno al servizio della comunità in cui risiedono, una sorta di volontariato per favorire il diritto allo studio. Soluzione ponte ideata solo fino a quando la scuola pubblica americana non raggiungerà gli standard qualitativi previsti dal piano democratico, anche attraverso piani di formazione continua degli insegnanti. Ma le soluzioni tecniche trovate sembrano davvero identiche a quelle buttate sul piatto dalla Gelmini in Italia. E in un paese come gli Stati Uniti dove la soluzione dei problemi vale assai più delle bandiera ideologiche con cui altrove si nasconde la loro esistenza, non una polemica è nata in proposito. Nessun appunto alla proposta di chiudere istituti le cui performance sono al di sotto dell'esigenza educativa, a quella di togliere dal mercato chi si è auto-escluso, come gli insegnanti non preparati e assenteisti. Sono ricette semplici, che nel resto del mondo aiutano...

STRAORDINARI, STATALI E PS FUORI. Tremonti stoppa Brunetta. Vegas conferma

Hanno atteso oltre due ore lunedì sera, poi nella più classica tradizione tremontiana, i partecipanti al pre-consiglio dei ministri si sono dovuti accontentare di una semplice bozza riassuntiva del pacchetto del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti su detassazione degli straordinari e abolizione dell'Ici. Come già accadeva durante il Berlusconi bis e ter, Tremonti non ha inviato in preconsiglio i suoi testi, di cui è gelosissimo. Ma da fonte autorevole una certezza c'è già: la detassazione sperimentale degli straordinari non sarà estesa agli statali e nemmeno alle forze di polizia che operano su strada, come chiedeva Renato Brunetta. La conferma è arrivata martedì mattina alle 9 in Transatlantico dal sottosegretario all'Economia, Giuseppe Vegas. "Vero che ci sono problemi di costituzionalità nell'escludere gli statali, come ha segnalato Pietro Ichino", spiegava Vegas, "ma questi si risolvono con il carattere sperimentale della misura. Concedere alle forze di polizia quel che non viene esteso all'esercito o agli altri dipendenti pubblici avrebbe causato invece problemi ancora più rilevanti..."

L'APREA CERCA RASSICURAZIONI DA BOCCHINO

Non aveva preso nel migliore dei modi la sua esclusione dalla squadra ministeriale, Valentina Aprea. Anzi, a lei- la massima esperta di scuola di Forza Italia- la sola proposta di fare il sottosegretario all'Istruzione del ministro Maristella Gelmini è sembrata una sorta di provocazione, tanto da essere sdegnosamente rifiutata. Passata la delusione, però l'Aprea rischiava di restare senza alcun incarico. Basta rifiuti, via libera alla presidenza della commissione Cultura della Camera. Ma con il suo sì per quella poltrona è iniziato nei suoi confronti un fuoco di sbarramento continuo da cui hanno faticato a salvarla il capogruppo Fabrizio Cicchitto e il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, suo grande sponsor. Così alle 8 e 30 di martedì 20 maggio l'Aprea è entrata a Montecitorio per affrontare con il vicecapogruppo (o presidente vicario, come ci tiene lui ad essere chiamato) Ital.o Bocchino le ragioni di un'interdizione che ha visto protagonista soprattutto An. Alla fine, poco prima delle 9, lei sembrava soddisfatta. Bocchino sorrideva. E chissà se diceva la verità...

VITO E' MINISTRO, MA AL MINISTERO NON LO SANNO

Elio Vito è l'unico ministro non ancora pienamente in carica nel gabinetto Silvio Berlusconi quater. Nel sito Internet del governo italiano Vito infatti risulta regolarmente in carica come ministro dei rapporti con il Parlamento. Ma se si naviga nel sito del suo ministero e si clicca sul Who's who, si scopre che in carica al ministero dei rapporti del Parlamento c'è ancora Vannino Chiti, il predecessore del governo di Romano Prodi che evidentemente ha ancora molti fans a palazzo... Ecco che cosa appare sul sito all'indirizzo... http://www.rapportiparlamento.it/default.asp?pagina=20 sei in Chi è chi Il Ministro Vannino Chiti Biografia

Biografia del Ministro Vannino Chiti

Il ministro per i rapporti con il parlamento <span class=Vannino Chiti. Nato a Pistoia il 26 dicembre 1947, laureato in filosofia. Studioso del movimento cattolico, vanta una lunga esperienza politica e amministrativa. Nel 1970 viene eletto consigliere comunale di Pistoia, poi assessore e infine sindaco della città. Nel 1985 eletto in consiglio regionale. Nel gennaio 1992 eletto presidente della Regione Toscana. La sua giunta s'impegna nella difesa dell'apparato produttivo e dell'occupazione, nello smaltimento dei rifiuti, nelle prime battaglie federaliste....

In casa Veltroni basta il superstipendio di Walter. L'architetto Flavia nel 2005 ha guadagnato meno di mille euro

Basta e avanza il superstipendio di Walter in casa Veltroni. Pur senza diritti di autore dei numerosi libri (nel 2005 non risultano), per tirare avanti alla famiglia è stato più che sufficiente lo stipendio da sindaco di Roma cumulato con il vitalizio da parlamentare. Walter ha sempre detto che parte di questo sarebbe finito in beneficenza, ma al fisco andava comunque dichiarato. Il suo reddito 2005 è ammontato così a 376.264 euro. E la moglie Flavia Prisco, architetto di fama, si è limitata a prestare consulenze casalinghe: è stata lei infatti a studiare il restyling dell'abitazione da poco acquistata da un ente pubblico. Consulenza naturalmente gratuita o quasi. Tanto che nel 740 Flavia ha inserito un reddito quasi da nullatenente: 948 euro in tutto il 2005...

Ma in casa del suo sindaco i pantaloni li indossa lui, Alemanno. Isabella Rauti guadagna solo un terzo del marito

All'epoca lui in effetti era parlamentare e pure ministro delle Risorse Agricole. Sarà stato anche per questo cumulo di incarichi che in casa Alemanno nel 2005 i pantaloni li vestiva rigorosamente lui, il Gianni neo sindaco di Roma. Reddito dichiarato: 188.055 euro, quasi il triplo della gtentile consorte. Isabella Alemanno, qui sopra ritratta insieme al marito nel giorno dle trionfo elettorale al comune di Roma, ha dichiarato infatti nel 2005 un reddito complessivo di 57.709 euro...

In casa Rutelli è Barbara a portare i pantaloni. Guadagna tre volte il marito, rimasto disoccupato

Chi porta i pantaloni a casa Rutelli? Ma naturalmente lei, Barbara Palombelli. Perfino prima che il marito diventasse quasi disoccupato perdendo il posto di lavoro da ministro e poi facendosi sfilare anche quello da possibile sindaco della capitale, era Barbara la colonna a cui la famiglia doveva aggrapparsi. Basti dare un'occhiata ai redditi 2005 della coppia: per fare una Palombelli con i suoi 304.454 euro di reddito imponibile ci volevano quasi tre Rutelli, che nel 740 non è andato oltre i 132.500 euro...

Berlusconi non è poi così ricco. A Milano lo battono Micheli jr e tutti gli stilisti

Prima sorpresa. Silvio Berlusconi, l'italiano ricco più famoso all'estero, nella sua Milano è solo sesto nella classifica dei contribuenti 2005 (28 milioni). Superato ampiamente dagli stilisti simbolo del made in Italy: Giorgio Armani (44,9 milioni), Domenico Dolce (29,7 milioni) e Stefano Gabbana (29,6 milioni). Primissimo in classifica, e primo in Italia Carlo Micheli, classe 1970, figlio del finanziere Francesco Micheli: reddito 2005 complessivo di 101 milioni di euro. Ma a Milano più ricco di Berlusconi è anche un manager: Enrico Bondi (Parmalat), 31 milioni. Il capoluogo lombardo si conferma la capitale del fisco, con oltre 500 milionari, battendo in ricchezza ampiamente la capitale reale, Roma (...) Oggi iniziamo a pubblicare i primi 300 contribuenti di 8 città italiane: Milano, Roma, Napoli, Firenze, Genova, Torino, Bologna e Venezia. Continueremo con tutti i redditi vip anche al di sotto delle cifre stratosferiche. Poi vi racconteremo i redditi nei grandi giornali, nella Rai (oggi prima puntata), in Mediaset, in tutte le imprese di comunicazione. Quelli dei vertici di Confindustria e delle organizzazioni sindacali, divise per territorio. Quelli di professionisti di ogni ordine e grado, quelli dei calciatori, di tutti gli uomini di spettacolo. Quelli dei banchieri piccoli e grandi, e dei dirigenti di tutte le aziende pubbliche e private. Vi racconteremo l'Italia attraverso la lente particolare dei redditi 2005. Con una grande operazione trasparenza che a questo punto è più che necessaria: essenziale. Dopo avere inserito alla chetichella, in un modo che lascia attoniti, questa grande novità in rete, il governo ha pensato bastasse un click a fermarla. Lo ha pensato perfino uno come Beppe Grillo, ritenuto un guru di Internet e invece travolto da questa vicenda. Non si può più. Quei dati sono stati scaricati- parzialmente- da centinaia e centinaia di naviganti. Da ieri mattina li mettono a disposizione attraverso il peer to peer. Con il rischio di offrire dati incompleti, di usarli strumentalmente e a proprio piacimento. Di farli diventare un business per gente dagli scopi poco chiari. Non abbiamo altra strada che questa operazione trasparenza, che ora è divenuta perfino specchio della civiltà di un paese. Lo faremo avendo presente il nostro ruolo di giornalisti: spiegando e tenendo presente la rilevanza pubblica dei personaggi di cui rileveremo il 740. E raccogliendo, insieme alla pubblicazione, tutte le opinioni contrarie, più che legittime.

Ora quei 740 diventano armi improprie. Unico antidoto: la trasparenza

Tutte le dichiarazioni dei redditi degli italiani sono state on line per meno di 24 ore. Dopo le rivelazioni di Italia Oggi ieri l'Agenzia delle Entrate ha fatto marcia indietro. Il suo sito Internet preso d'assalto fino dal primo mattino è andato in tilt. Poi il Garante della privacy ha contestato la decisione di pubblicare tutti i 740 vietandone l'ulteriore diffusione. Vincenzo Visco, il viceministro delle Finanze prima ha difeso l'operazione-trasparenza, poi è andato a palazzo Chigi per difendersi da un infuriato Romano Prodi. Insorge la nuova maggioranza di centro-destra, tace scuotendo la testa Giulio Tremonti. Ma una cosa è certa: quei dati sono finiti in molte mani in quelle ore. E diventano pericolosi...Ieri abbiamo sottolineato come un'operazione storica come la pubblicazione su un sito Internet del governo per la prima volta nella storia d'Italia delle dichiarazioni fiscali di tutti i cittadini avrebbe meritato un dibattito pubblico e un annuncio con tanto di fanfara. Farla alla chetichella, come è avvenuto, e poi giustificarsi come ha fatto ieri l'Agenzia delle Entrate con lo schermo di norme del 1991 e del 2005 mai applicate, è non solo tartufesco, ma assai poco credibile. Fatta la frittata, c'era un solo passo peggiore da compiere, ed è statoi puntualmente mosso ieri: lasciare in balia di chiunque quei dati, e poi all'improvviso toglierli di torno aggiunge un danno vero alla beffa iniziale. Perché quei dati nel frattempo sono stati scaricati- parzialmente o completamente da centinaia o migliaia di naviganti. Lo abbiamo fatto anche noi, nella redazione di Italia Oggi. Ma il nostro scopo è dichiarato: pubblicarli, e questo faremo, fornendo ogni spiegazione di lettura. Altre mani potrebbero però avere motivi meno trasparenti. Gli stessi dati potrebbero essere utilizzati nascondendone alcuni e mettendone in rilievo altri. I file così diventano possibili armi di ricatto in mano a chi ha pochi scrupoli. L'operazione trasparenza che poteva essere cavalcata, difesa e perfino rivendicata in pubblico, ora si è trasformata in un dossier di quelli che circolavano un tempo nei servizi segreti deviati. Tutto questo va evitato, qualsiasi opinione uno abbia avuto sull'opportunità o meno di mettere nella piazza virtuale mondiale quei dati fiscali. Il dibattito che ieri si è aperto, e che ha fatto gridare allo scandalo molti esponenti del centrodestra che fra pochi giorni avranno le leve di comando del governo, lascia presagire l'intenzione di mantenere oscurate quelle dichiarazioni dei redditi. Commenti e preoccupazioni sono legittime, personalmente condivido alcune preoccupazioni sui rischi che si corrono, ma quando i buoi sono scappati dalla stalla tutto è inutile. Ora la principale urgenza è non trasformare in attentato alla democrazia quella che- altrimenti gestita- avrebbe potuto essere una grande prova di democrazia. Le dichiarazioni dei redditi non sono coperte da segreto. La loro pubblicità- sia pure in forma cartacea- era da tempo garantita dalla legge. Anche se gli italiani restano assai gelosi dei segreti sul proprio tenore di vita, nel mondo questa trasparenza è costume consolidato da molti anni. Non è uno scandalo in sè mettere su Internet- a disposizione di tutti- quei dati cartacei. Forse più pericoloso in alcune regioni italiane che in altre: dove regna la criminalità organizzata, i dati facilmente reperibili sono buona guida per orientarsi nella richiesta di pizzo, nelle estorsioni, nella preparazione di rapimenti e rapine. Ma è un rischio che ormai va corso. Come spiega saggiamente Renato Brunetta nell'intervista che troverete all'interno, il vero pericolo è avere pochi dati nelle mani di pochi. Ne siamo convinti, e faremo la nostra parte per evitare questo rischio. Abbiamo iniziato da noi, giornalisti di Italia Oggi, mettendo in piazza il nostro reddito 2005 che era rintracciabile da chiunque in quegli elenchi. E lo faremo per tutti gli altri nei prossimi mesi. Redditi divisi per categorie professionali, anche per un confronto utile a tutti. Redditi divisi per comune di appartenenza, perché a questo punto meglio che i dati siano completi e a disposizione di ogni comunità. Verranno meno le tentazioni di un utilizzo improprio. Se ci fermerà la legge, non potremo che arrenderci. Ma lo riterremmo un errore, non di poco conto. Ora l'esercizio più importante è l'assoluta trasparenza democratica. Ve lo garantiremo, con le nostre piccole forze...