Barzelletta sul Berlusca indagato in campagna elettorale? Sì, ma è vecchia, raccontatene un'altra

A raccontarla una sera fra gli amici, ti prenderebbero subito per rimbambito. “La sapete l’ultima? Quella su Silvio Berlusconi indagato a due settimane dal voto?”. Giù fischi: “Uh, è vecchia, vecchissima”. Eppure è la barzelletta che funziona meglio sotto elezioni. Anche questa volta: Silvio Berlusconi è indagato a Trani. Il reato è gravissimo: gli è scappato un vaffa (forse più di uno) al telefono nei confronti di Michele Santoro. Purtroppo nel codice penale si sono dimenticati un articolo in proposito, così i magistrati di Trani per sottolineare il peso di questa lesa maestà, hanno pensato bene di affibbiare al presidente del Consiglio ben due reati: concussione e minacce. La vittima di tanta ferocia istituzionale sarebbe Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Autorità di garanzia nelle comunicazioni. Berlusconi si è lamentato con lui a proposito di due puntate di Annozero, quelle che hanno reso una star prima Patrizia D’Addario e poi il pentito-bluff di mafia Gaspare Spatuzza. E siccome l’autorità che si chiama di garanzia non riusciva a garantire nonostante le pubbliche proteste la vittima di questo linciaggio tv, che era appunto Berlusconi, lui si sarebbe sfogato al telefono con Innocenzi: “altro che autorità, siete ridicoli! Dovreste dimettervi tutti”. Nella barzelletta che si racconta a Trani questa sarebbe la terribile minaccia. Se in Italia dici a qualcuno “dovresti dimetterti”, puoi stare certo che il giorno dopo il poveretto impaurito lascia subito la poltrona. E infatti Innocenzi è lì al suo posto, dove per altro l’aveva nominato anni fa Forza Italia, partito guidato dal Cavaliere. Con l’iscrizione ufficiale del premier nel registro degli indagati, alla procura di Trani sta però per sfuggire il boccone più grosso dell’inchiesta: la competenza diventa di Roma, e gli incartamenti vanno spediti tutti nella capitale. Dove i magistrati rideranno assai poco: se i magistrati lì non infilzeranno subito Berlusconi, finiranno sbranati da colleghi e giornalisti che già preparano titoloni sul “Porto delle nebbie”. A questo punto la barzelletta non funziona più. Altro che ridere, non si capisce più nulla. Infatti i magistrati pugliesi hanno iscritto nel registro degli indagati anche l’oggetto delle minacce, Innocenzi, per favoreggiamento. Il poveretto così si trova nel duplice ruolo di vittima e di carnefice. Indagato c’è anche il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, e finalmente si conosce l’ipotesi di reato: rivelazione del segreto istruttorio. Qui ancora ci sarebbe un po’ da ridere. Perché l’accusa viene proprio da quei magistrati che hanno così blindato a doppia mandata l’inchiesta segretissima, da trovarsela pubblicata in lungo e in largo sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. L’accusa a Minzolini è di avere divulgato a mezzo mondo di essere stato sentito come teste ai primi di dicembre nell’inchiesta sull’American Express. Gli avevano detto “mi raccomando, resti fra noi”, e invece lui è stato intercettato con mezzo mondo mentre raccontava l’esperienza vissuta. In questi giorni il direttore del Tg1 deve avere sensibilmente peggiorato la propria situazione: l’inchiesta era ancora segretissima per tutti quelli che non avevano ancora letto Travaglio, e lui ha nuovamente tradito il patto con i magistrati rivelando tutto prima ai lettori di Libero in un’intervista e ieri perfino ai fan di Enrico Mentana che lo ha ospitato nel suo programma sulla web-tv del Corriere della Sera. Se i pm di Trani avessero fatto prima un giro a Montecitorio, avrebbero trovato centinaia di politici della prima e della Seconda Repubblica in grado di metterli in guardia: “se volete mantenere un segreto, non raccontatelo mai a Minzolini. Quello non sa tenersi un cecio in bocca”. E’ un sorriso amaro però quello che si leva da Trani. Perché ormai questa vicenda è entrata a gamba tesa a pochi giorni dal voto in una campagna elettorale già imbrigliata come mai era accaduto dai tentacoli di procure, Tar, vicende giuridiche e giudiziarie. A dire il vero sono due le campagne elettorali che gli uffici giudiziari pugliesi ormai condizionano: quella dei politici per le regionali e quella tutta interna ai giudici togati per l’imminente elezione del prossimo consiglio superiore della Magistratura. Già che c’erano quei ferrei custodi del segreto istruttorio hanno fatto trapelare confuse notizie di telefonate fra Innocenzi e uno dei leader di Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe: Cosimo Maria Ferri, attuale consigliere del Csm. Un po’ di fango fatto girare anche in quel ventilatore, senza che un fatto reale sia emerso e verificato. Riso amaro per tanti, dunque, e uno solo che in questa barzelletta triste riesce ancora a prendersi sul serio: Michele Santoro. Grazie a Trani può recitare la parte che da anni gli varrebbe l’Oscar come migliore attore protagonista: quella della vittima. Lo ha fatto anche ieri all’Infedele di Gad Lerner. Strana vittima quella che da più di 20 anni domina l’informazione televisiva (per tre anni addirittura, colpito insieme a Berlusconi dalla sindrome di Stoccolma: ha lavorato a Mediaset) e che pur di evitare lo sbocciare di nuovi talenti in grado di oscurarlo, si è fatto ibernare in prima serata Rai da una sentenza della magistratura che ce lo conserverà in eterno.

Inchieste piene di bufale. Così da un anno si tenta il placcaggio a Berlusconi

Tutto per uno scandalo da 560 euro. E’ per tre carte di credito American Express che si erano viste chiedere rimborsi di 689 euro invece dei 129 attesi che la procura di Trani ha messo sotto controllo il telefono del direttore del Tg1, Augusto Minzolini, del commissario dell’Authority Giancarlo Innocenzi e intercettato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il suo sottosegretario Paolo Bonaiuti, decine di ministri e viceministri, segretari di partito, leader politici di maggioranza e opposizione. Uno di quei tre che giustamente protestavano per gli interessi esorbitanti era un ufficiale della Guardia di Finanza. Ha fatto denuncia alla procura di Trani e dopo settimane di indagine il pm Michele Ruggiero ha trovato altri due clienti American Express nelle stesse condizioni. Ai tre probabilmente grazie a super interessi sono stati prelevati quei 560 euro di troppo. Il pm di Trani a quel punto ha sequestrato ad American Express tutti gli atti relativi alle carte “Blue” rateali, sperando di trovare altri interessi da usuraio. Messi sotto inchiesta tutti i vertici italiani della compagnia americana. Pur avendo tutta la documentazione in mano, un gip deve avere autorizzato incomprensibili intercettazioni telefoniche ai manager American Express. Uno di questi è stato ascoltato mentre diceva: “al tg 1 ci penso io”. Probabilmente il mestiere di quel manager era cercare di attutire la portata della notizia, e magari di non creare ad American Express un danno di immagine assai più rilevante di quei 560 euro. Avrà chiamato le principali testate giornalistiche. Anche il direttore del Tg1 per dire: “non amplificate la notizia”. Così i magistrati di Trani hanno deciso di tenere sotto controllo tutte le mosse e le telefonate del direttore del Tg1. E hanno scoperto l’acqua calda: lui (e perfino i manager di American Express) avevano rapporti con i potenti. Minzolini addirittura con il presidente del Consiglio e i ministri! I pm si sono ingolositi: guarda che roba capitava loro fra le mani. Brogliacci da titoli di prima pagina dei giornali! Cose che sulla spiaggia di Trani non capitavano da almeno 6 anni, quando un altro pm (caso fotocopia) pensò bene di avviare da lì una sfortunata “banco poli” poi finita nel nulla: inchiesta su Banca 121, bufera in borsa sul Monte dei Paschi di Siena, iscritto nel registro degli indagati il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Quest’atto che era segretato naturalmente finì dopo pochi giorni sulle prime pagine dei giornali. I politici chiesero le dimissioni di Fazio e da lì iniziò la parabola discendente del Governatore. Il procuratore capo si infuriò con il pm, ma ormai la frittata era fatta. E il danno non riparato dalla successiva assoluzione di tutti gli indagati: l’inchiesta non stava in piedi. Non sta in piedi, a leggere le prime ammissioni ufficiali dei fatti, nemmeno l’inchiesta di oggi. Sarebbe un sollievo pensare che tutto sia dovuto solo alla voglia di protagonismo di qualche inquirente. Ma siccome Trani arriva dopo Fastweb-Telecom, che arriva dopo il fango gettato sulla cervicale di Guido Bertolaso dalla procura di Firenze che solo poche settimane prima aveva contribuito a mettere nel ventilatore il fango del pentito Gaspare Spatuzza, e arriva dopo l’allegra gestione a Bari del caso Patrizia D’Addario, che arrivava dopo lo “scandalo Noemi”, beh, qualche cattivo pensiero comincia ad arrivare. Immaginatevi il Berlusconi di fine aprile 2009: al massimo della popolarità, calato nel dramma del terremoto de L’Aquila, con davanti il passaggio che sembrava trionfale delle elezioni europee e l’organizzazione del vertice del G8. L’opposizione quasi non esiste, Walter Veltroni è saltato, Dario Franceschini sta gestendo l’agonia del Pd, Francesco Rutelli sta preparando le valigie. Berlusconi rischia di fare bingo per anni. E’ lì che salta fuori il punto debole del Cavaliere: il gentile sesso. Spunta Noemi e si prova senza successo a imbastire una sorta di caso di pedofilia. Ma l’arma è spuntata e davvero abborracciata. Tiene qualche settimana, ma diventa un buco nell’acqua. Lo fa anche il Pd, con una campagna elettorale lontana dai guai veri dell’Italia e centrata sulle questioni familiari/sessuali di Berlusconi. Arriva il G8, un successo. E il cavaliere sembra più forte di prima. Così spunta fuori Patrizia D’Addario. La debolezza di una notte di Berlusconi. Si monta la panna all’inverosimile. Ma alla fine sembra una maionese: non funziona, si squaglia. Disperazione assoluta: Berlusconi è ancora lì, tutto il potere nelle mani. E i sondaggi sono feroci con l’opposizione. Comincia a stancare perfino Antonio Di Pietro, che fino a lì ha divorato centimetro dopo centimetro lo spazio vitale degli alleati. Così spunta un evergreen: Dell’Utri, Palermo, la mafia, l’origine oscura dei capitali di Berlusconi, lo scudo fiscale che serve ancora a coprirla e farne perdere le tracce. Si trova il pentito, Spatuzza. Ma è un vero disastro e il castello frana al primo tentativo di conferma. E’ un dramma. Siamo alle porte della campagna elettorale per le regionali, e in Lazio scoppia anche il caso di Piero Marrazzo. Berlusconi supera tutto, non si riesce ad abbatterlo né con i vecchi né con i nuovi metodi. Quante carte restano? Il Cavaliere ha dalla sua più di una brillante operazione: via i rifiuti da Napoli, consegna record delle case ai terremotati de L’Aquila, il successo del G8. Pierferdinando Casini scherza: questo non è un governo Berlusconi, mi sembra il governo di Guido Bertolaso. Già. Sembrava proprio così. E a febbraio scattano gli arresti alla cricca degli appalti. Ci sarà chi ne avrà combinate di tutti i colori. Ma fin dall’inzio l’inchiesta sembra puntare a Bertolaso. L’ordinanza di arresto firmata dal gup di Firenze si sofferma per pagine a pagine sui massaggi del capo della protezione civile. Sostiene che in un caso sicuramente c’è stato un rapporto sessuale. Negli altri non è chiaro, ma lui voleva sempre una “certa Francesca”. Lo scopriremo dopo leggendo tutti i rapporti dei Ros: quando il gup gira intorno alla “certa Francesca” sa benissimo chi è: i Ros da settimane l’hanno identificata e perfino interrogata. Sanno tutto anche dell’altra massaggiatrice. Ma si preferisce il dubbio e si lascia il mistero. Che diventa fango. L’Aquila? Terra di sciacalli, altro che ricostruzione. E poco importa che gli sciacalli lì non abbiano avuto nemmeno una commessa. Bertolaso? Un assatanato di sesso. Falso, ma intanto il fango gira. Il G8? Solo corruzione e favori, la cricca degli appalti. Prove nessuna: l’unica è arrivata l’altro giorno dal Tar del Lazio, che ha annullato un appalto della cricca. Quello dell’auditorium di Firenze che nell’inchiesta sembrava raccomandato da Walter Veltroni e vinto da un imprenditore romano. Per il Tar irregolare quello, regolari le gare per la Maddalena. Ma non importa: il biglietto da visita del Cavaliere è stato frantumato, distrutto in mille pezzi nell’immaginario collettivo. Ora arriva Trani. A guardarla di penale nulla davvero. Ma di effetto politico in piena campagna elettorale, tanto. Volete che un Di Pietro o un Bersani non agguantino al volo la pappa graziosamente preparata? Sembra già di sentirli nei comizi: “La gente va in cassa integrazione, diventa disoccupata, non arriva alla fine del mese e Berlusconi a chi pensava? A Santoro, a come farlo fuori”. Che meraviglioso assist da Trani. Sembra chiudere il cerchio. Si posa beato sul pasticcio dei Tar che hanno fatto fuori il Pdl da Roma e sconcertato gli elettori. Rischia di funzionare questa volta. Ma tutto questo è solo un cattivo pensiero. E bisogna rifarsi a una massima di Giulio Andreotti: a pensare male si fa peccato. E talvolta ci si azzecca.

De Benedetti fa il travet. Via da Sankt Moritz, ora abita a Dogliani e compra casale con un mutuo

Carlo De Benedetti oltre alle società lussemburghesi e portoghesi ha rimpatriato in Italia anche se stesso e la sua signora, Silvia Cornacchia prima in Donà delle Rose poi in De Benedetti. La notizia è ufficiale, ed è contenuta in una cortese lettera della Cir inviata a Libero (vedasi box qui sotto): da qualche settimana l’Ingegnere ha infatti trasferito la sua residenza civile dalla esclusiva località svizzera di Sankt Moritz, al comunque blasonato paese di Dogliani nel cuneese: è quello che ha dato i natali all’editore Giulio Einaudi e dove hanno sede parte dei poderi Luigi Einaudi, appartenuti all’ex presidente della Repubblica italiana. A Dogliani l’ingegnere e la sua signora hanno in effetti acquistato terreno e quattro ampi casali, uno da 23,5 vani, uno da 9,5 vani, uno da 7,5 e uno da 5,5 vani. Sono stati comprati fra il 2006 e il 2007, anno dedicato alla ristrutturazione dei fabbricati, da una società personale. All’ epoca era denominata Casita società semplice ed era posseduta al 99% dall’Ingegnere e all’1 per cento dalla sua signora. Nel 2008 la società ha cambiato denominazione, diventando Cà di nostri società semplice e con un aumento che ha raddoppiato il capitale sociale, riservato al 99 per cento a Silvia Cornacchia e all’uno per cento all’Ingegnere. Così ora casali e terreno sono divisi in parti uguali fra gli sposi. Chissà, forse per segnare anche in questo modo il desiderio di tornare alla normalità, De Benedetti come un travet qualsiasi ha acceso perfino un mutuo fondiario sul maniero. Il contratto è stato firmato il 22 maggio 2008 davanti al notaio Giancarlo Reverdini Grassi di Torino con la Banca popolare di Sondrio. Il finanziamento concesso all’Ingegnere è stato di 5 milioni di euro, al tasso di interesse annuo del 5,5% (nemmeno regalato). Secondo lo schema di contratto pagherà di interessi 2,5 milioni di euro e di spese un milione di euro per un totale di 8,5 milioni di euro, somma per cui è stata iscritta ipoteca volontaria sul maniero. La durata del mutuo è di 15 anni, e quindi le rate correranno fino al 2023, quando De Benedetti avrà compiuto 89 anni. Il contratto di mutuo porta proprio la firma dell’Ingegnere, ma nella premessa si precisa che “Carlo De Benedetti, nato a Torino il 14 novembre 1934, interviene al presente atto non in proprio, ma nella sua qualità di unico amministratore e legale rappresentante della società Casita società semplice (poi trasformata in Cà de nostri, ndr) con sede in Torino” Sarà dunque la società immobiliare e non la persona fisica a garantire la banca. Con il mutuo De Benedetti ha finanziato l’acquisto non solo dei casali, ma anche del terreno circostante con tanto di vigneto che confina proprio con i poderi Luigi Einaudi e le celebri viti del Dolcetto più blasonato delle Langhe. Per altro a vendere il maniero sono stati proprio degli Einaudi: Letizia, Germano e Celestino che non risultano però discendenti diretti dell’ex presidente della Repubblica. Proprio per il vino e la presenza di casali blasonati Dogliani, paese con meno di 5 mila abitanti, ha attratto negli ultimi anni più di un vip che lì si è ritirato o ha acquistato una seconda casa per i week end. Ci passa spesso il fine settimana il critico televisivo del Corriere della Sera, Aldo Grassi. Ci vive da tempo Nicoletta Bocca, figlia di Giorgio, che anno dopo anno ha fatto incetta di vigne e poderi coltivandoli di persona. Secondo una leggenda di paese un giorno sarebbe approdata lì portata da una Lamborghini scortata da body guards in moto anche una star della moda internazionale come Naomi Campbell, ma l’affare immobiliare inseguito sarebbe sfumato in extremis. A Dogliani vive da tempo in libertà anche il fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio. E’ benvoluto dagli abitanti, che la domenica lo vedono sempre a messa. Prima di prendere ufficialmente la residenza mettendo fine alle polemiche sul trasferimento in Svizzera, De Benedetti e signora erano soliti trascorrere nel maniero qualche lungo week end. L’ingegnere è stato riconosciuto qualche tempo fa mentre trattava l’acquisto di due biciclette ed è stato recentemente visto farsi il pieno alla sua Porche ultimo modello al distributore automatico.

E' Bersani il più coccolato dai Tg Rai

L’allarme è stato lanciato ieri dalle colonne di Repubblica: “Il Pdl invade i Tg Rai” e Silvio Berlusconi naturalmente li guida e presiede. E giù una serie di dati attribuiti all’Authority per le telecomunicazioni per testimoniare la preoccupazione dell’organismo di garanzia per presunte ripetute violazioni della par condicio. Ma i dati reali offrono un quadro diametralmente opposto. Nei telegiornali Rai viene sostanzialmente rispettato l’equilibrio che da anni governa la par condicio: un terzo del tempo al governo, un terzo alla sua maggioranza e un terzo all’opposizione. Se squilibrio c’è è proprio a favore di Pd-Idv e Udc. Nella settimana dal 28 febbraio al 6 marzo scorso, quella successiva alla presentazione delle liste, con tutto il caos che ne è venuto, il governo e il suo presidente hanno ottenuto sui Tg Rai non un terzo, ma un sesto o un settimo dello spazio a disposizione. Maggioranza e opposizione sono in perfetta par condicio sul Tg1 (28,72% l’una e 28,12% l’altra). Su tutti gli altri Tg ha spazio oltre misura l’opposizione, in vantaggio di 3,2 punti sul Tg2, di 6,3 punti sul Tg3 e dei quasi 12 punti su Rai news 24. Nelle due settimane precedenti di campagna elettorale, con le liste non ancora presentate, il governo ha avuto più spazio, con un eccesso di presenza sul Tg2 e un difetto sul Tg3. Quanto ai rapporti fra maggioranza e opposizione, Pdl e soci erano in vantaggio di un punto e mezzo sul Tg1 e in svantaggio di due punti e mezzo sul Tg2. Assai rilevante invece la violazione della par condicio su Tg3 (quasi venti punti percentuali regalati in più all’opposizione rispetto alla maggioranza) e su Rai news 24 (29 punti percentuali in più all’opposizione). La preoccupazione dell’Authoprity per lo squilibrio dunque riguarda l’eccesso di amore (proibito in campagna elettorale) di Tg3 e Rai news 24 nei confronti di Pd, Italia dei valori, radicali, verdi, sinistra e Udc. Per valutare la par condicio infatti un tempo la commissione di vigilanza e da quando è nata l’Authority prendono in considerazione il tempo di parola, e cioè le interviste e le dichiarazioni di tutti i protagonisti della politica trasmesse in diretta o riassunte dal conduttore o dal giornalista specializzato. Non fa fede invece il cosiddetto “tempo di notizia”, quello per cui un politico o un partito è oggetto e non soggetto della notizia trasmessa. Ad esempio nel caso del processo Mills tutto il tempo dedicato alla notizia è attribuito al Pdl e a Silvio Berlusconi, e non potrebbe essere considerato un favore. Altro esempio: se Antonio Di Pietro viene intervistato per un minuto da un tg e dice che Berlusconi è un corrotto, un mafioso e un bandito, quel minuto viene calcolato nel tempo di parola a favore di Di Pietro e nel tempo di notizia a favore di Berlusconi. Per questo il tempo di notizia (che per altro è giustamente dettato dalla cronaca) non vale ai fini della par condicio. Quello di parola dice invece che l’invasione dei Tg di Stato finora è stata di Pierluigi Bersani & c

Minzolini: da 30 anni parlo con i premier. E' il mio mestiere

lui non risulta nessuna indagine. Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini sostiene di non avere ricevuto alcun avviso di garanzia e quindi di non potere dire nulla sulla presunta concussione per cui sarebbe indagato a Trani. Dice però che se il fatto fosse vero, lo prenderebbe come un tentativo di intimidazione a lui e al Tg1. A Trani infatti c’era andato, come teste, dimostrando il millantato credito di chi sosteneva che sul Tg1 mai sarebbe apparsa una notizia contro l’American Express. Solo il Tg1 infatti ha dato informazione dell’inchiesta di Trani. Quanto all’accusa di avere ricevuto la linea del Tg1 da Silvio Berlusconi, la considera “ridicola”. Certo che ha parlato con il premier, 4 o 5 volte da quando è al Tg1. Lo faceva anche prima, perché così si fa il giornalista. E difende, anche con toni aggressivi, il suo lavoro in questa intervista a Libero. Augusto, sei indagato per concussione alla procura di Trani… … Alt. Io non so nulla. Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia. Che io sia indagato lo dici tu, non io. Non c’è e credo proprio che non arriverà mai… Le notizie sono di fonte ufficiosa, ma autorevole. E credo che a quest’ora non ce le abbia solo io. Risultano indagati per concussione il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il membro dell’Authority tlc, Giancarlo Innocenzi, e il direttore del Tg1, tu… Io? Concussione? E come faccio ad avere concusso? La Rai è pubblica e tu sei incaricato di pubblico servizio. Se prendi una “comanda” dall’esterno e comandi i servizi alla tua redazione, ecco qui la concussione. Cioè mi accusano di fare il giornalista, che parla con i politici e il direttore che appunto dirige? Sembrerebbe così. Tu parli spesso con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi? Spesso no. Ma è capitato… Devo fare come il confessore: quante volte, figliolo? Da quando faccio il direttore del Tg1, quasi un anno, direi quattro o cinque volte. Parlo con lui e con un’infinità di altri politici… Anche di opposizione? Sì, anche di opposizione. Per altro sono una persona educata e rispondo a tutte le telefonate che mi fanno. Talvolta per cortesia, altre volte per interesse. Faccio sempre il giornalista e se non parlassi con i protagonisti dei fatti, mi sarebbe difficile comprenderli, no? A proposito, secondo te il presidente del Consiglio non è una buona fonte di informazione? Io spero che si informassero alla fonte diretta anche i miei predecessori. Sentivi al telefono Berlusconi anche prima di essere nominato al Tg1? Certo che sì. Ho iniziato a fare il giornalista politico nel 1980. Tranne due anni e mezzo che ho vissuto negli Stati Uniti, per scrivere articoli e retroscena ho parlato con tutti. Anche con diversi presidenti del Consiglio, ministri e segretari di partito… E mai ti sei trovato nei guai per averlo fatto? Mai. Infatti questa è pura follia. Di più: lo dico con franchezza: è un atto intimidatorio. Non ha senso, è fuori da ogni logica. Mi accusano di avere parlato con Berlusconi? E che accusa è? Poi – sostieni tu, mi accuserebbero anche di avere parlato con la mia redazione? E la chiami accusa? Significa che secondo i magistrati io dovrei fare il direttore sordo- perché non devo sentire il presidente del Consiglio- e muto, perché non dovrei dare indicazioni alla redazione. Insomma, sono colpevole di non essere sordomuto, altro che concussione! Forse dovresti parlare meno al telefono. Ah, su questo d’accordissimo. Ma questo è il paese. Se ho capito bene queste presunte intercettazioni che non pubblica nemmeno Il Raglio del Travaglio.. Il Fatto quotidiano, vuoi dire… Il Raglio del Travaglio. Beh, queste intercettazioni nascono da una indagine su interessi esorbitanti che avrebbe applicato ad alcuni clienti di revolving card l’American Express. Qualcuno- e lo riconosce perfino Il Raglio del Travaglio- ha millantato di potere intervenire sul Tg1 per bloccare informazioni dell’inchiesta ed evitare una campagna sull’American Express. Tutto nasce da una denuncia di un ufficiale della Guardia di Finanza a cui sono stati applicati tassi secondo lui da usura. La procura di Trani mi chiede di comparire come persona informata dei fatti. Quindi ti hanno già sentito? Sì. Nell’autunno scorso. Li ho chiamati, e informandomi sui motivi della convocazione. Così ho scoperto che forse l’unico tg che ha mandato in onda un servizio sull’inchiesta contro l’American Express è stato proprio il Tg1. L’ho spiegato a Trani, e per me era finita lì. Come sia possibile che poi sulla base di un’ipotesi inesistente di cui ho fornito prova abbiano continuato a intercettare in cerca di chissà che, proprio non lo so. Lo sai che sei un incaricato di pubblico servizio, non un direttore come gli altri? Certo che lo so. Per questo sul Tg1 si è data informazione anche dell’inchiesta sull’American Express. E ogni giorno si cerca di dare le informazioni più complete e rilevanti. Se ne rende conto il pubblico che continua a seguirci… Ecco qui i dati di ieri: Tg1 al 29,2%, il Tg5 al 23,9%. Evidentemente gli ascoltatori ritengono il Tg1 un prodotto equilibrato e non condizionato da chi tenta attraverso intimidazioni di piegare la linea del giornale a questo o quel partito. E i partiti, intimidazioni a parte, si fanno sentire direttamente? Chiedono molto? Telefonano, io ascolto. E poi decido di testa mia rispettando tutti e soprattutto dando ai cittadini la possibilità di capire. Però abbiamo ridotto un po’ la politica, perché i dati su ascolti e gradimenti dicono che interessa assai poco. Dici? E perché? Forse ne è stata fatta troppa in passato, o forse è troppo evanescente. Non si occupa dei temi reali. Guarda questa campagna elettorale: tutte inchieste, intercettazioni, timbri quadrati, rotondi o rettangolari… E c’è pure la par condicio. Sì, e la dobbiamo rispettare. Oggi ho letto su un quotidiano dei dati assolutamente falsi. Siamo lì con il bilancino a calcolare tutti gli interventi. Ho una squadra che non sgarra quasi al secondo. La par condicio certo frena. Pensa che frena me che vorrei tanto fare un altro editoriale… Ma non sono proprio quegli editoriali la ragione vera di polemiche e guai? Polemiche le farebbero comunque. Rifarei ogni editoriale che ho firmato. Ce l’hanno con quello che ho detto su Spatuzza e Ciancimino jr? Ho detto che sono pentiti non credibili? Forse ero fra i pochi allora a ritenere questo. Ora hanno capito tutti. E’ una colpa intuire in anticipo? Ho fatto un editoriale sostenendo che era opportuno reintrodurre l’immunità parlamentare. Giù fischi e critiche. Un mese dopo Marcello Maddalena, il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino e altri autorevoli magistrati hanno sostenuto la stessa cosa… Ma continuano a chiedere le tue dimissioni. Sì, personaggi a dire poco ridicoli. Antonio Di Pietro dice che dovrebbero cacciarmi a pedate nel sedere. Era il linguaggio di Benito Mussolini. Detto questo vado volentieri davanti alla commissione di vigilanza o al cda Rai per spiegare le mie idee e difenderle. Non ho paura delle idee. E non vi rinuncio nemmeno se usano atti per intimidirmi. Non mi intimidiscono. Ho le mie idee, e per fortuna le rendo pubbliche. Sono cristallino. Quello che penso lo dico in televisione. Lo dico nelle riunioni di redazioni. E naturalmente anche in una telefonata privata… Non esistono telefonate private. Guarda questa intervista. Esce su Libero. Ma prima finisce in un faldone. Lo scoop lo sta facendo il maresciallo all’ascolto… Dici? Mi hai chiamato sul fisso, attraverso il centralino Rai. E’ intercettato anche questo? Vabbè, cerca di essere più veloce tu a trascriverla…