Compagni, non c'è un euvo. Così anche Rifondazione dà un calcio ai suoi lavoratori. Licenziati
Compagni, non c’è più un euvo e quindi ve ne andate a casa. Proprio nel giorno in cui investiva gli ultimi spiccioli per una paginata di pubblicità a favore della Fiom di Pomigliano con lo slogan “gli operai non si piegano” Rifondazione comunista e il suo segretario Paolo Ferrero hanno dato la triste notizia agli operai di casa propria. L’hanno dovuta leggere su Liberazione, quotidiano del partito che ieri ha ospitato la pubblicazione del bilancio 2009 firmata dal tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri. Lì, fra le pieghe della relazione hanno trovato prima una notizia buona che ha acceso le speranze di tutti: gli eredi di Fausto Bertinotti hanno ancora da riscuotere a luglio un rimborso elettorale da 6,5 milioni di euro. Subito dopo è arrivata la notizia cattiva: quelli sono gli ultimi soldi che arriveranno in cassa, e in pratica sono già tutti spesi prima ancora di riceverli. Ed ecco la doccia ghiacciata: “nel corso dell’anno 2010 e successivamente si dovrà operare una riduzione dei costi per la gestione della direzione del Partito della Rifondazione comunista che colpirà gravosamente sia il personale che la gestione corrente e l’iniziativa politica”. Certo, finiti i rimborsi pubblici e nell’attesa di potere partecipare a qualche altra campagna elettorale (solo però in caso di scioglimento anticipato della legislatura) Ferrero e soci cercheranno risorse aggiuntive bussando a qualche buon cuore. Ma non si sognino i dipendenti che quei soldi vadano a loro evitando qualche licenziamento! Mica siamo in Fiat con Sergio Marchionne che salva posti di lavoro chiedendo solo di produrre un po’ di più. “La ricerca di ulteriori risorse”, scrive il tesoriere di Rifondazione, “non sarà destinata a un minore impatto per questa riduzione, ma sarà necessaria al mantenimento in vita del Partito stesso nel prossimo triennio”. Niente illusioni per i i 79 dipendenti del partito che stanno per essere messi in libertà.
Preparate i telescherni. Ora Fini vuole lanciare la sua tv, zeppa di storia e cultura
Il progetto è ambizioso, e i
consulenti chiamati al capezzale anche. Gianfranco Fini ha deciso di
trasformare il canale satellitare della Camera dei deputati in una vera e
propria televisione, che non si limiti a trasmettere le sedute di aula e
commissioni di Montecitorio. Un po’ sulla piattaforme satellitari (quella di
Sky ma anche quella nuova Rai-Mediaset), un po’ sul canale web, sta prendendo
forma la nuova Fini-tv. Nel progetto di bilancio per il 2010 che sta per essere
approvato dalla Camera dei deputati viene definita così: “lo sviluppo del
palinsesto del canale satellitare è funzionale all’ampliamento dei contenuti
dell’informazione relativa ai lavori parlamentari. Ciò mediante al costruzione
di un palinsesto organico che preveda trasmissioni anche nelle ore serali, nel
fine settimana e nei periodi di sospensione dei lavori, mediante la produzione
di contenuti aggiuntivi rispetto alle sedute e agli eventi, quali,
esemplificativamente, documentari storico culturali, programmi da studio,
sintesi dei lavori parlamentari, filmati divulgativi da utilizzare anche sugli
altri canali di diffusione delle informazioni”. Secondo quanto risulta a Libero
per il momento la Camera si è limitata ad accordi con produttori terzi,
stringendo intese con Rai-teche e con l’Istituto Luce per acquisire documentari
storici, artistici e culturali da loro posseduti da trasmettere durante i week
end e nei momenti di pausa dai lavori parlamentari (quindi nella parte più
rilevante del palinsesto annuale). Sono stati presi poi contatti diretti con
l’ex direttore Rai Giovanni Minoli, appena andato in pensione dall’azienda ma
restato alla guida della struttura che si occupa delle celebrazioni per i 150
anni dell’Unità di Italia. Con Minoli, che è stato prodigo di suggerimenti
sullo sviluppo della Fini tv la Camera ha già immaginato di dedicare una parte
della sua programmazione sia satellitare che web proprio alla trasmissione di
produzioni Rai legate a Italia 1961, il centenario dell’Unità. Un terzo filone
utile alla costruzione del nuovo palinsesto sarà quello di una sorta di baratto
con altri produttori televisivi e cinematografici. La Camera darà il suo
benestare a girare film e documentari al proprio interno solo se in cambio i
produttori ne daranno il diritto di trasmissione sul proprio canale televisivo.
Naturalmente non si tratta di un diritto di prima scelta (fiction e documentari
andranno prima in onda sui canali generalisti e poi su quelli tematici come di
consueto), ma sulla Fini tv potranno andare in onda- ad esempio- documentari
come quello recentemente girato sull’architetto Ernesto Basile o fiction di
grido come quella girata non molto tempo fa negli “studios” reali di Montecitorio
sulla vita di Alcide De Gasperi (interpretato magistralmente dal neo “compagno”
Fabrizio Gifuni, figluio del più potente segretario generale del Quirinale di
questi decenni). Per la produzione in proprio- ipotizzata nel piano allegato al
bilancio della Camera- non ci sono al momento le forze e le professionalità
necessarie. Però nel 2009 sono stati terminati i lavori per l’allestimento di
uno studio di registrazione alle spalle dell’aula destinato proprio alla
Fini-tv. Utilizzando l’ufficio stampa verranno auto-prodotti “programmi da
studio” di taglio giornalistico, ad esempio mini talk show e brevi interviste
con i parlamentari, che verranno poi offerti gratuitamente ad altre reti
pubbliche e private.
A Napoli c'è un cardinale che si è perso nel bosco...
C’è anche un bosco, e che
bosco, fra le proprietà immobiliari della Archidiocesi di Napoli ora guidata
dal cardinale Crescenzio Sepe. Una distesa di 17 ettari alle porte
della città partenopea che secondo disposizione testamentaria del benefattore
debbono appartenere non alla archidiocesi, ma al’arcivescovo pro tempore della
Archidiocesi di Napoli. E così avviene: appartenevano a Michele Giordano, ora
quegli ettari sono divenuti proprietà pro tempore del cardinale Sepe. Sarà
anche per questo che il porporato non sentirà troppa nostalgia dell’epoca in
cui stava al vertice della Congregazione di Propaganda Fide, da cui lo rimosse
proprio l’attuale Papa Benedetto XVI promuovendolo arcivescovo della sua
amatissima Napoli. Da papa Rosso il cardinale che organizzò alla perfezione il
grande Giubileo del 2000 vegliava su un patrimonio immobiliare di 761
fabbricati e 445 terreni. Ma con quelle distese, è chiaro, qualcosa poteva ben
sfuggire anche all’occhio di un amministratore attento come Sepe. Provocando i
guai che ora si vedono emergere dalle inchieste della procura di Perugia sulla
cricca degli appalti. A Napoli no, l’occhio può vigilare con più attenzione,
mettere a reddito e fare funzionare in modo oculato. Ma anche nella nuova
avventura il mattone a Sepe non è mancato. La sua archidiocesi di Napoli
direttamente o indirettamente (anche attraverso il locale istituto per il
sostentamento del clero), controlla 138 fabbricati e 47 terreni, compreso quel
bel bosco che in qualche modo è destinato alle passeggiate dell’arcivescovo.
C’è un po’ di tutto: sedi di istituti religiosi, conventi, case parrocchiali,
uffici, esercizi commerciali e anche abitazioni vere e proprie messe a reddito
con inquilini estranei alla curia. Grazie alla propria squadra di consulenti
portata con sé il cardinale Sepe è riuscito a mettere ordine alle finanze di
curia e a fare fruttare quel patrimonio immobiliare che era in alcuni casi non
censito e assai trascurato. Ha trovato così risorse necessarie alle nuove
iniziative lanciate dalla curia. La prima è stata la creazione di una sorta di
finanziaria di mutuo soccorso. Si chiama Fondo spes, è stato creato in
collaborazione con Unicredit bank e il Confidi Pmi Campania ed opera sul
modello di una finanziaria per il microcredito. Concede- senza chiedere alcun
tipo di garanzia patrimoniale- prestiti entro i 20 mila euro per avviare o
riconvertire iniziative imprenditoriali o commerciali e riuscire così a
superare i morsi stretti della crisi finanziaria. Ha già ottenuto qualche
successo soprattutto fra i commercianti di Napoli. L’altra iniziativa è ancora
tutta da creare. Ma le fondamenta sono già state poste fra la fine del 2009 e
la primavera del 2010. E’ stato allora che Sepe ha dato i natali alla Verbum
ferens srl, società controllata dall’arcivescovado che ha intenzione di farne
la propria holding in campo editoriale. A febbraio scorso ha chiesto e ottenuto
dall’Autorità di garanzia nelle comunicazioni l’iscrizione nel Roc, il registro
degli operatori della comunicazione. L’ok è arrivato il 18 febbraio scorso dal
direttore del servizio ispettivo e di registro della sede napoletana della
autorità, Nicola Sansalone. La
Verbum ferens è diventata così attiva, ma per il momento il
piano di sviluppo resta riservato. Nel suo oggetto sociale c’è per altro la
comunicazione (il Verbo da portare) a 360 gradi. La società infatti ha diritto
alla “pubblicazione, distribuzione e commercio di libri, riviste e periodici di
qualunque tipo e specie, sia in lingua italiana che in lingua straniera;
l’attività tipografica; l’esercizio e la gestione di reti radiofoniche e
televisive e la gestione di agenzia di stampa e/o di concessionarie di
pubblicità”.
Compagni attori, vi copriamo d'oro! Statali, prrrrrrrr! La nuova strategia del Pd
Meglio avere un compagno
attore ricco che uno statale di troppo fra i piedi. Il Pd ha deciso di
divorziare definitivamente con la sua tradizione sindacalista e di sinistra
gettando nella mischia della legge finanziaria un emendamento che nemmeno
Renato Brunetta avrebbe mai immaginato nella sua guerra santa ai fannulloni.
L’emendamento porta il numero 2.0.12 e la firma di Vincenzo Vita, ex
sottosegretario alle comunicazioni, di Anna Maria Serafini (sposata con Piero
Fassino), di Vittoria Franco e numerosi altri volti noti del Pd: Rusconi,
Giaretta, Garavaglia, Marcucci, Procacci, Legnini e Mercatali. Lo scopo
principale è quello di trovare risorse aggiuntive per finanziare il fondo unico
dello spettacolo, soldi cioè da riversare su registi, attori, sceneggiatori,
fondazioni liriche e teatranti vari che ne beneficiano ogni anno. Per rimediare
ai tagli operati in regime di ristrettezza dal ministro dei Beni culturali
Sandro Bondi, il pd cerca di mettere sul piatto una fiche pesante, anzi,
pesantissima. Cento milioni di euro aggiuntivi all’anno e per tutti i tre anni:
fanno 300 milioni tondi tondi. Roba da premiare davvero fino in fondo quel
Fabrizio Gifuni, il celebre attore ( e celebre figlio del segretario generale
del Quirinale più potente della storia repubblicana) che ha risvegliato di
fronte a Pierluigi Bersani l’assemblea del Pd chiamando gli astanti “compagni”
e provocando applausi scroscianti mai visti su altri palchi professionali.
Cento milioni sono tantissimi, anche per il Fus che non ne distribuisce pochi
ogni anno. E il problema- quando si tratta di emendamenti alla legge
finanziaria- è sempre lo stesso: dove trovare le risorse per fare contenti i
compagni attori? Semplice, semplicissimo: nelle tasche degli statali. E’ un po’
la moda di quest’anno, come il ritorno dei “compagni” a sinistra, e se l’ha
fatto Giulio Tremonti, anche il Pd può osare. Il modo è però un tanti nello
brusco. Per non vedersi gli impiegati assediare la nuova sede del partito, Vita
e gli altri hanno pensato prima di tutto a punire i dirigenti fannulloni. Ma
non bastava. Allora via lo stipendio accessorio anche ai dirigenti che non
cacciano via i fannulloni. Comprensibile e digeribile. Non bastava nemmeno
questo. Allora “è fatto divieto di attribuire aumenti retributivi di qualsiasi
genere ai dipendenti di uffici e strutture che siano stati individuati per
grave inefficienza, improduttività lo sovradimensionamento dell’organico”. Sì,
acqua fresca. L’aveva fatto anche Brunetta. E non basta per dare tutti i soldi
che servono ai compagni attori. Ecco allora l’ideona: via buona parte della
retribuzione ai dirigenti pubblici che non abbiano avviato “il procedimento
disciplinare nei confronti dei dipendenti in esubero che rifiutino la
mobilità”. E questo onestamente non l’aveva tentato nemmeno Brunetta. Perché
pur dicendone di cotte e di crude agli statali, anche nel centro destra si sa
che essere in esubero non è una colpa personale. E magari quando si hanno
moglie e figli che vanno a scuola, trasferirsi a centinaia di km di distanza
può non essere facile. Come difficile digerire anche di lavorare bene tutto il
giorno e trovarsi in esubero. Non è una colpa, non è una mancanza. Ma per il Pd
anche quegli statali andavano presi a frustate, perseguiti disciplinarmente. E
tagliati gli stipendi dei loro capetti (lì è più facile e ci si sente la
coscienza posto) che non li avevano frustati a dovere, magari avevano pure
coperto i loro drammi familiari. Ma non è tempo di stare dietro ai diritti
sindacali o alle questioni familiari dei travet. I compagni attori hanno
bisogno di soldi pubblici per i loro film. Il biglietto lo paghino pure gli
statali in esubero.
Tonino fa il politico, il palazzinaro, l'operaio (con canotta in vista) e ora anche l'agricoltore
La decisione l’ha presa alla
fine del 2007. Da quel giorno Antonio Di Pietro non è più solo il nome di un ex
magistrato divenuto molto famoso fra il 1992 e il 1994. Non è solo il nome di
un uomo politico italiano che ha fondato anche un suo partito. E nemmeno il
nome di un imprenditore del ramo immobiliare che per operare nel settore ha
fondato la Antocri
srl (sigla che riunisce le iniziali dei nomi di tre figli). Dal 28 settembre
2007 Antonio Di Pietro è anche il nome di un’impresa agricola con sede in
Contrada Piscone a Montenero di Bisaccia, provincia di Campobasso. E non è un
caso di omonimia: il titolare firmatario della impresa è proprio lui, il Tonino
pm-politico-immobiliarista, nato a Montenero di Bisaccia il 2 ottobre 2050 e
residente a Curno, provincia di Bergamo, in via Lungobrembo. Appena ha aperto
la sua azienda agricola in Molise ha dichiarato alla Camera di commercio di
Campobasso l’inizio della sua attività: “coltivazioni miste di cereali e altri
seminativi”. Qualche mese dopo ha modificato l’attività in “coltivazioni miste
di cereali, legumi da granella e semi oleosi”. Dipendenti dichiarati: nessuno.
Bilanci non depositati. Ma finanziamenti pubblici, sì. Più o meno due volte al
mese. Perché Di Pietro a Montenero non va spessissimo: solo quando ha voglia di
riposarsi un po’. Qualche amico deve dare un’occhiata a terreni e coltivazioni,
perché se ci si dovesse basare sul suo personale olio di gomito sarebbe già
andato da tempo tutto in malora. Ma quando Tonino veste i panni
dell’agricoltore monta subito sul suo trattore, lo avvia e chiama qualche amico
fotografo per poi spendersi il servizio con la stampa popolare e familiare a
cui lui tiene più che a Marco Travaglio. L’azienda agricola un po’ lo tiene
occupato di sicuro. Almeno così pare ai funzionari del ministero delle Risorse
agricole che si vedono recapitare da Di Pietro o da qualche suo messo ogni
quindici giorni una richiestina di finanziamento o di rimborso anche minuscolo,
da qualche decina di euro.
Al cervellone dell’Agea,
l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura guidata dal leghista Dario Fruscio,
risultano al momento quattro pratiche di un certo rilievo in stand- by sotto la
voce “processo automatizzato di cui alla circolare n. 43 del 30 luglio 2009” . Una porta la data del 18 agosto 2009 e il suo
stato è “in istruttoria”. Una la data dell’8 ottobre ed è ferma perché
“discordante”. Ce ne è una terza del 9 ottobre che risulta “in comunicazione” e
infine una del 3 marzo 2010 che per fortuna di Tonino viene definita pratica
“concordante”. Non si conoscono gli importi, ma basta consultare il cervellone
sotto altre tipologie di finanziamenti, e le domande del leader dell’Italia dei
valori per la sua aziendina agricola saltano subito all’occhio. Ce ne sono due
dell’ultimo trimestre 2009, che hanno già avuto soddisfazione: una da 2.215,69
euro e una da 946,58 euro. Due pagamenti unici però per domande multiple anche
nel 2008, per qualche migliaio di euro complessivo. Risulta perfino un
pagamento da 256,05 euro del 16 febbraio 2007, che è precedente di alcuni mesi
alla denuncia di inizio attività dell’impresa agricola. Ma la cifra è così
piccola che deve costato più il viaggio a Roma per fare domanda che l’importo alla
fine riscosso.
Altra interrogazione al
cervellone Agea, ed ecco saltare fuori ogni domanda di Di Pietro per i
contributi Feaga diretti: poco più di mille euro nel 2008, poco meno di 4 mila
euro nel 2009. E giù una pioggia di domandine da pochi euro con tanto di
finanziamenti erogati al leader dell’Italia dei valori. Vendita di titoli
ordinari o da ritiro con terra? Seicentoottantaquattro euro e 960 centesimi
stanziati per Tonino. E poi ancora alla stessa voce 267,140 euro. Altre due
mini erogazioni sotto la voce “fissazioni”: una da 134, 06 euro e una
addirittura da 21,450 euro. Nel 2008
in portafoglio dell’agricoltore Di Pietro 12 titoli
agricoli per un totale di 3.165,270 euro. Nel 2010 l’azienda è cresciuta e
vengono censiti 15 titoli per un totale appena più alto: 3.259,770. Anche se da lì soldi non ne verranno, quella
di Montenero non è più una pasioncella da week end, ma ormai una vera e propria
attività che costringe l’ex pm a una caccia serrata al contributo pubblico (ce
ne sono anche dell’Unione europea e della Regione Molise) che certo non manca
mai all’agricoltura italiana.
Iscriviti a:
Post (Atom)




